martedì 21 marzo - Clash City Workers

Lavoro | Convergys, Milano: trasferire per licenziare

Se il caso gravissimo dei 1666 lavoratori di Roma licenziati da Almaviva ha ottenuto una certa visibilità mediatica, altre vertenze del settore, e dei Call Center in particolare, sono consegnate all'oblio. Una di queste, non l'unica in Lombardia, è quella con la Convergys Italy Srl di Cernusco sul Naviglio (MI).

Anziché il pretesto della delocalizzazione all'estero, in questo caso l'azienda ha trovato un espediente diverso per lasciare a casa 221 lavoratori: il passaggio dell'attività alla sede di Cagliari, con la proposta di trasferimento anche per i dipendenti. Che fosse la solita presa in giro di padroni che credono di poter fare quel che vogliono non c’erano dubbi, ma in questo caso la “proposta” ai lavoratori risultava ancor più arrogante poiché l’azienda imponeva la scadenza per la scelta a dicembre del 2016, avendo fatto la proposta a ottobre. Evidentemente per qualcuno i lavoratori sono pedine che non hanno famiglia, affetti, spese, una vita insomma...

Convergys è un'azienda americana leader mondiale nel settore con 130mila dipendenti in 32 paesi[1]. In Italia ha commesse, comprese quelle da poco dismesse e quelle appena acquisite, con colossi come Samsung, Hewlett-Packard, Philips Healthsystem, Otis, Amazon. Gli addetti svolgono attività inbound (assistenza telefonica con chiamate in entrata) e supporto tecnico di secondo livello. Le filiali italiane sono le due summenzionate, con quella di Cernusco che risultava essere la principale, celebrata come tale dai vertici dell'azienda anche in un incontro con le maestranze lo scorso luglio. A ottobre la doccia fredda.

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L'azienda adduce motivi di produttività, calanti a Cernusco e crescenti a Cagliari grazie all'acquisizione della commessa di Amazon. Ma, bilancio alla mano, Convergys Italia è sempre in attivo e la società non ha prodotto alcuna evidenza, ma solo chiacchiere, circa il differenziale di produttività tra le due filiali. Anzi alcuni committenti, spaventati dall'insicurezza insita nel trasferimento, hanno già "traslocato" presso la concorrenza, in Spagna o in Serbia. Per esempio, Philips che, producendo apparecchiature mediche per TAC e altri esami delicati, non poteva permettersi il rischio di rimanere senza servizio.

I veri motivi sono invece di tutt’altro genere. Anzitutto, la sede nel milanese è più strutturata e costosa di quella in Sardegna, dove sono utilizzate postazioni all'interno di un campus universitario. La differenza di costi è tale che neanche davanti all’offerta del sindaco di Cernusco di trovare una location più economica l'azienda è tornata sui propri passi. In secondo luogo, l'azienda può così sfruttare incentivi e sgravi contributivi per la riqualificazione di zone depresse, quali la Sardegna, e per le nuove assunzioni. Infine, i dipendenti di Cernusco sono tutti a tempo indeterminato con la copertura dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, a differenza dei colleghi isolani, ma ancor più a differenza dei futuri neoassunti, che nella migliore delle ipotesi avranno un contratto a tutele crescenti, cioè quello partorito dal Jobs Act, privo della possibilità di reintegro per i licenziamenti senza giusta causa.

Ma quello che più inquieta e sconcerta è lo strumento adottato: il trasferimento collettivo, deciso unilateralmente dall'azienda. Una prassi molto pericolosa e sempre più diffusa - fintanto che non riusciremo a contrastarla - nonostante violi apertamente l'articolo 25 del CCNL telecomunicazioni, il quale recita: “I trasferimenti collettivi formeranno oggetto di preventiva comunicazione alle Organizzazioni sindacali stipulanti e, a richiesta delle stesse, di esame congiunto nel corso del quale sarà considerata la possibilità di ricorrere a strumenti alternativi quali il telelavoro, la remotizzazione, la mobilità professionale.”

Ma non si pensi che la società si accontenti di lasciare a casa queste centinaia di lavoratori. La fame di profitto è senza freni. L'azienda ha già lasciato trapelare che quella di Cagliari potrebbe essere una sistemazione temporanea: la continuità lavorativa, sulla commessa Amazon, è garantita solo per cinque anni. Non sono affatto escluse future delocalizzazioni.

Le tappe intermedie e la situazione attuale

I lavoratori e le loro rappresentanze sindacali (di cui diremo, anziché stendere il proverbiale velo pietoso) hanno avuto diversi incontri con le istituzioni locali e nazionali. Tra queste ultime, due incontri al MISE (Ministero dello Sviluppo Economico). La scelta del Governo di ricevere la parti al MISE è al contempo molto discutibile e fortemente indicativa: dal momento che non si tratta di salvare un'azienda in crisi, ma di salvaguardare l'occupazione di decine di dipendenti, sarebbe stato opportuno un intervento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. O forse l'esecutivo dà per scontati i licenziamenti?

Nel frattempo, stanno scadendo i termini, prorogati, per i trasferimenti. I lavoratori che avessero accettato la proposta-capestro (si ha la certezza dell'accettazione da parte di un solo impiegato) avrebbero dovuto trasferirsi a Cagliari in quattro scaglioni. Il primo il 13 febbraio 2017, il secondo il 27 febbraio, il terzo il 13 marzo, il quarto e ultimo il 27 marzo, quando l'azienda avrebbe cessato le attività su Cernusco. Questo secondo i piani imposti... ma violati dall'azienda stessa! Infatti il giorno 16 febbraio, senza preavviso, gran parte dei lavoratori restanti (chi ha potuto ha nel frattempo trovato impiego altrove) si sono trovati agli ingressi della sede con i badge disattivati e un cartello su foglio A4 che vietava l'accesso ai locali per motivi di sicurezza. Nei giorni successivi una raccomandata dell'azienda recapitata agli addetti cianciava di uffici in stato di occupazione e di tentativo di sgombero fallito. Una calunnia sesquipedale!

In tutto questo, dicevamo della condotta vergognosa dei sindacati, in testa l'egemone SLC-Cgil. La UILCOM si accoda, la FISTel-Cisl non ha rappresentanza a livello di RSU, ma partecipa ovviamente ai tavoli territoriali e nazionali.

I lavoratori riferiscono che le comunicazioni sull'indizione di assemblee, o sugli incontri al MISE in programma, o su altri aggiornamenti, vengono recapitate ai soli iscritti, via email, senza volantinaggi o altre forme di diffusione. Nessuna delegazione di lavoratori della sede è stata ammessa ai tavoli principali, né gradita affinché presidiasse all'esterno, per esercitare pressione a margine degli incontri.

Ai lavoratori dimissionari è stata fatta firmare dall'azienda una dichiarazione di "nulla a pretendere" senza che fossero tenuti a farlo: anzi le dimissioni telematiche servono proprio a impedire questi abusi. Nessun sindacalista si è premurato di istruire gli impiegati del fatto che fosse una richiesta indebita.

Infine quasi tutti i lavoratori sono andati in causa pagando un avvocato privato di tasca propria, a fronte della tardiva e frammentaria assistenza legale dalle sigle, che hanno comunque negato ogni possibile opposizione al trasferimento.

"Scioperare non cambia la situazione, mobilitarsi sul territorio nemmeno, un articolo sui giornali neanche perché ormai chi li legge più?". Questa è la frase pronunciata da un rappresentante sindacale, ben raffigurante la linea di resa incondizionata, su tutto il fronte, seguita dai Confederali.

Certo, non cambia più per loro… Ma per i lavoratori, riuscirsi a organizzare può fare la differenza!

 

[1] . Cfr. http://www.ilgiorno.it/martesana/cr...




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