giovedì 14 aprile 2016 - angelo umana

Land of mine di Martin Zandvliet

Forse nel titolo del film c’è un gioco di parole, Land of mine come Il mio paese potrebbe potersi chiamare land of mines, paese di mine. Così rimase la Danimarca alla fine della seconda guerra mondiale: le sue coste erano state disseminate capillarmente di mine dagli occupanti tedeschi, pensavano che lì sarebbero sbarcati gli americani, alleati dei loro nemici. Effetti “secondari” del conflitto mondiale, facile pensare che la guerra era finita, ma bisognava sminare le coste da 1,5 milioni di mine. Per la legge del contrappasso gli “occupati” durante la guerra, i danesi, fecero lavorare alla ricerca di mine i prigionieri tedeschi, ex occupanti, del resto le avevano messe loro, o i soldati che li avevano preceduti.

Nell’episodio del film però i prigionieri sono poco più che bambini, dai 13 ai 18 anni, portati in guerra quando i soldati tedeschi più anziani scarseggiavano. Il sergente danese Carl Rasmussen (Roland Moller) che li comanda è il concentrato di tutto l’odio che gli invasi potevano covare nei confronti degli invasori, ha spirito di vendetta perfino sui prigionieri che, dimessi e distrutti, se ne tornano a casa: fa pensare a cosa un uomo così può aver subito durante la guerra, forse la perdita della sua famiglia, nel film è solo, non ha affetti, al punto che un minimo di umanità lo esprimerà solo verso la fine a quei ragazzi “sminatori”, ma all’inizio li lasciava senza cibo. Sono tedeschi, Karl, gli viene detto da un suo superiore, come fossero “meno che uomini”. Li provocava, li aggrediva, vivevano in una baracca che veniva chiusa dall’esterno di notte, facile pensare a quelle dei lager (di cui forse nessuno ancora sapeva): il sergente pare un’imitazione di quell’altro più famoso, l’Hartman di Full Metal Jacket (1987).

Dei 2000 prigionieri sminatori ne morirono metà ma della squadra di ragazzi tedeschi del film sopravvivono solo quattro sui quattordici iniziali. Il film è disseminato di ansia fino al parossismo lungo tutto il suo percorso, dà la continua paura che qualcuno salti su una mina, cosa che regolarmente succede. Se ne consiglia la visione, come documento ma anche per la forte tensione che il regista Martin Zandvliet ha creato. E’ banale il titolo italiano, Sotto la sabbia, questo fu il titolo di un magnifico film del 2000, con Charlotte Rampling.




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