sabato 28 gennaio - Maddalena Celano

La violenza di genere nel linguaggio: Words Against Women

The Discourse of Gender Violence: un’indagine sul linguaggio della violenza.

Diane Ponterotto, docente ordinaria di lingua inglese e linguistica presso l'Università di Roma "Tor Vergata", da diversi anni analizza e indaga la relazione che intercorre tra genere e linguaggio, con particolare attenzione alla violenza verbale perpetrata dai media contro la figura femminile.

Nata a New York, U.S.A., dal 2010 è stata nominata Secretary General “ISAPL” (International Society of Applied Psycholinguistics), associazione per la quale ha coperto anche la carica di Vice-Presidente, dal 2004 al 2007. Tra le sue principali pubblicazioni vi è il saggio Words Against Women (Aracne Editrice, Roma, 2008) con il quale analizza la perpetuazione di modelli culturali misogini e sessisti attraverso il linguaggio. Il dominio sessista dell’uomo sulla donna trae particolare forza dall’utilizzo massivo di definizioni, classificazioni, incasellamenti e stereotipizzazioni attraverso cui si limita e si svaluta la dimensione femminile. Strumento privilegiato e primario del processo di stereotipizzazione e denigrazione è il linguaggio, in particolare alcune specifiche forme di violenza verbale.

Difatti, Ponterotto asserendo che è proprio il linguaggio la primaria forma di socializzazione e relazione, scrive: “Language is often the locus of violence. As aptly formulated by van Dijk (1995: 307), “discourse may enact, cause, promote, defend, instigate and legitimate violence”.[1] Contrastando la comune vulgata che identifica, nella lingua inglese, un idioma neutrale e non sessista, Ponterotto afferma che alcune caratteristiche lessicali (ad esempio l’utilizzo del suffisso -ette o -ess) della lingua inglese offrono una connotazione peggiorativa o “sminuitiva” al genere femminile: “Furthemore, whereas the male generic term often has positive or at most neutral connotations, the famale term is very often pejorative, e. g. the case of Jewess and Negress, which imply sexually derogatory overtones, or murderess, which carries more moral condamnation than the male counterpart”.[2] 

Inoltre Ponterotto osserva che, nella lingua inglese, gli aggettivi utilizzati nel descrivere la fisicità maschile solitamente sono generici, neutri o impersonali (handsome/attractive or good-looking), mentre gli aggettivi più utilizzati nella descrizione della fisicità femminile sono, solitamente, termini figurativi o descrittivi (tactfull, pretty, emotional, slim, elegant, neat, nurturing, graceful, bubbly, chatty, curvy, gentle, etc.).[3] Ulteriormente, termini duri o rudi vengono utilizzati nella descrizione dello status-femminile, del temperamento o del comportamento femminile. Un termine dispregiativo come spinster (utilizzato per indicare la donna nubile) è in contrasto con un termine come bachelor (utilizzato per indicare il celibato maschile) e rinvia a giudizi irreversibili come "merce danneggiata" o persona sgradevole. Mentre il termine bachelor è spesso associato ad aggettivi positivi come handsome, swinging o elegible, il termine spinster è, al contrario, associato ad aggettivi negativi come old, ugly, lonely, sour, etc.

Molte di queste definizioni sdoganano opinioni o argomenti sulle donne orientati a sminuirne il ruolo o a invalidarne la loro funzione sociale. Un esempio potrebbe essere quello di etichettare una parlamentare di 63 anni, come “nonna” o “vecchia”, o definire due parlamentari di sesso femminile come “catfight”. La donna, inevitabilmente, è ridotta alla propria fisicità o sessualità.

Certamente le etichette sono talvolta applicate anche agli uomini, ma sussistono forti contrasti tra il tipo di termini utilizzati per gli uomini e quelli per le donne, in situazioni del tutto simili. Si consideri il contrasto tra il termine slut (termine che indica la donna sessualmente promiscua) rispetto a philanderer o lady-killer o Don Juan per definire un uomo sessualmente promiscuo.[4] Le donne e gli uomini che mostrano le stesse qualità sono spesso definiti e classificati in modi diversi, le donne comunemente sono descritte attraverso termini negativi o svalutativi, come le innumerevoli voci del saggio testimoniano.

Nel frattempo, definizioni quotidianamente utilizzate e percepite come innocue come “doll”, “baby'” o “honey” infantilizza le donne.

Nei media, è comune vedere come le prestazioni professionali di un politico, di un uomo d'affari o una celebrità di genere maschile siano giudicata esclusivamente in base a meriti e capacità individuali. Eppure gli opinionisti sembrano determinati, quando valutano la professionalità delle donne, a imporre definizioni restrittive che implicano inevitabilmente descrizioni fisiche, anagrafiche, estetiche o sull’abbigliamento. Simili dispositivi immancabilmente occultano o adombrano le qualità o la professionalità femminile.

Gli articoli che descrivono le donne in ambito professionale, per esempio, si riferiscono spesso al loro status di moglie o di genitore usando frasi come, ad esempio, “madre di due figli”. Anche se apparentemente inoffensivo, questo comportamento incoraggia sottilmente il lettore a pensare al soggetto in termini non professionali. Gli articoli sui professionisti di sesso maschile raramente si riferiscono a loro come “padre di” o “marito di”. Anche la semplice aggiunta del marchio 'femminile' o 'donna' per un titolo può avere un enorme impatto sulle lenti attraverso le quali osserviamo la storia.

Un altro modo in cui le donne vengono sminuite è attraverso l’utilizzo di definizioni create secondo particolari, del tutto ininfluenti, del proprio aspetto fisico (colore dei capelli, colore degli occhi o della pelle). Esiste un equivalente maschile dell’uso dispregiativo di parole come 'bionda' o 'bimba'? Perché le donne sono spesso descritte come 'la rossa' o 'la bruna', quando gli uomini raramente sono identificati dal loro colore dei propri capelli?

Per quanto riguarda i ruoli e gli stereotipi, questi sono prodotti, conservati o trasformati dai gruppi dominanti, essi riaffermano o sovvertono una gerarchia sociale. Sono stati costruiti attraverso credenze, immagini; ma anche attraverso discorsi e comportamenti. Riproducono il dominio e la violenza simbolica (Bourdieu, 2000). Per esempio la divisione sessuale del lavoro determina i doveri di ogni genere e le caratteristiche psico-sociali che si consiglia di possedere.

Ponterotto evidenzia come, nel processo di socializzazione, i soggetti apprendano i ruoli sociali culturalmente standardizzati. Questi sono assegnati dalla nascita e appaiono come fissi, creano perciò stereotipi. Dunque, vi sono ruoli stereotipati come il ruolo di fornitore di denaro e cibo per l’uomo e la donna responsabile della cura della casa e dei figli. Gli stereotipi sono immagini culturali e idee accettate da una comunità su base individuale o da vari gruppi. É un cliché, una concezione semplificata, che genera immagini mentali.

Spesso si tratta di considerazioni illogiche, a carattere statico, soventemente contraddistinte da connotazioni negative, appartengono al repertorio delle formule, delle figurazioni e delle rappresentazioni linguistiche.

Tipico esempio è la raffigurazione delle donne nei media, frequentemente descritte come belle ma sciocche, come attraenti ma passive o come sexy e disponibili.[5]

Mentre i maschi sono descritti idealmente come coraggiosi, forti e intelligenti.

La trasmissione linguistica modella il linguaggio di tutti i giorni, ma anche le narrazioni culturali tradizionali: le storie e le leggende, le canzoni popolari, le espressioni e i modi di dire. Come si organizza allora un sistema di disuguaglianza, una difformità socio-economica che per secoli ha sostenuto la “superiorità” maschile sulla dimensione femminile? Con strategie psicologiche, linguistiche, per mezzo di precisi prodotti culturali, attraverso la consacrazione di modelli politici ed economici che sottilmente o subdolamente escludono o svalorizzano la donna. Quando un’ideologia legittima e convalida se stessa, è percepita come naturale e inevitabile e, conseguentemente, il linguaggio diviene un solido alleato nella perpetuazione del dominio e dell’egemonia.

 

[1] Ponterotto Diane, Words Against Woman, The Discourse of Gender Violence, Aracne, Roma, 2008, p.11.

[2] Ivi, p. 23.

[3] Ivi, p.31.

[4] Ivi, p. 42.

[5] Ivi, p. 95 – 111.

 

Foto: Dombres/Flickr




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