sabato 31 dicembre 2011 - di Francesco Sellari

La guerra per le risorse dietro la condanna dei giornalisti svedesi in Etiopia


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Dietro gli 11 anni di carcere inflitti in primo grado ai due giornalisti svedesi, arrestati in Etiopia lo scorso primo luglio, si cela una vecchia storia, la stessa che ha portato, ad esempio, all’uccisione dello scrittore, poeta e attivista Ken Saro Wiwa. I protagonisti di questa storia sono noti: da un lato le compagnie occidentali, con i loro “legittimi” interessi economici; dall’altro le popolazioni locali, con le loro “pretestuose” rivendicazioni. In mezzo, regimi e governi, corrotti o corruttibili, pronti a tutto pur di far rispettare contratti miliardari che probabilmente andranno a gonfiare le loro tasche (e, probabilmente, solo le loro). Causa di tutto ciò, quella che è la principale maledizione dell’Africa: le sue smisurate risorse energetiche.

Il giornalista Martin Schibbye e il fotografo Johan Persson sono stati arrestati nel corso di un scontro a fuoco tra esercito e indipendentisti dell’Onlf, l’Ogaden national liberation front. I due reporter sono stati accusati di essere entrati clandestinamente in Etiopia e, soprattutto, di aver svolto attività a sostegno del gruppo che il governo di Addis Abeba considera terrorista. L’accusa aveva chiesto 18 anni. Ora i due potranno ricorrere in appello o chiedere la grazia.

E’ evidente che si tratta di una condanna “preventiva”. Lo hanno detto chiaramente da Reporters sans frontieres: “Cosa sperano di ottenere le autorità etiopi? Di scoraggiare chiunque pensi di poter andare nell’Ogaden, come hanno fatto i due giornalisti svedesi. Di mandare un segnale ai media nazionali e internazionali, per far capire che chiunque dovesse cercare di portare avanti qualsiasi inchiesta potenzialmente imbarazzante rischia una pesante condanna sulla base di accuse per terrorismo”.

La regione dell’Ogaden si trova al confine tra Etiopia e Somalia. Affidata nel periodo post coloniale all’Etiopia è in realtà abitata in prevalenza da una popolazione di origini somale e dal 1995 è teatro di un conflitto portato avanti da un guppo indipendentista. Una guerra relegata per lo più alle cronache locali almeno fino al 2007, quando la risposta repressiva dell’esercito, anche a danno di civili che avevano l’unica colpa di essere legati ai ribelli da possibili vincoli di parentela, ha sollevato le critiche delle associazioni per il rispetto dei diritti umani. E’ da allora che l’accesso alla regione è rigidamente controllato dal governo etiope. I due giornalisti lo sapevano e sapevano anche che l’unico modo per entrare nell’Ogaden era dal confine somalo, proprio grazie all’aiuto dei ribelli.

Schibbye e Persson sono andati in Etiopia per indagare sulle violazioni dei diritti umani e soprattutto sul coinvolgimento di una compagnia svedese, la Lundin Petroleum impegnata nell’estrazione di gas. Il loro interesse per l’area è nato dopo la pubblicazione di Business in blood and oil. Lundin Petroleum in Africa nel 2010, un libro-inchiesta nel quale l’autrice, Kerstin Lundell, denuncia come la compagnia sia di fatto implicata nell’esodo forzato della popolazione che occupava le aree in corrispondenza dei giacimenti.

La stessa Lundell ha denunciato l’atteggiamento tiepido del governo svedese, a suo dire colpevole di non aver fatto abbastanza per far liberare i due freelance (che quindi non possono contare neanche sulle pressioni di un gruppo editoriale o un’azienda). Basta sapere che l’attuale ministro degli esteri, Carl Bildt, è stato tra il 2000 e il 2006 membro del Consiglio d’amministrazione della Lundin per spiegare l’eccessiva cautela di Stoccolma. “Il fatto che Bildt abbia dei motivi per nascondere ciò che sta succedendo in Ogaden spiega perché i due giornalisti siano ancora in prigione” ha scritto sul quotidiano Dagens Nyheter. Il ministro ha risposto alle accuse affermando che al tempo del suo impiego presso la compagnia la Lundin non era ancora impegnata in Etiopia e di non essere a conoscenza delle su attività nell’area. La Lundell ha parlato inoltre di massacri, stupri di massa e incendi di villaggi perpetuati dalle forze governative per far accettare alla popolazione le attività delle compagnie del settore energetico. Ma neanche i guerriglieri dell’Onlf si risparmiano violenze a danno dei civili.

Altri tre giornalisti etiopi sono sotto processo per accuse di terrorismo. Secondo un recente rapporto di Amnesty International, che ha richiesto l’immediato rilascio dei reporter svedesi, dal marzo 2011, almeno 114 attivisti e giornalisti sono stati arrestati per la loro attività di denuncia e opposizione politica.