mercoledì 22 febbraio - Oggiscienza

La guerra alla droga: le politiche proibizioniste hanno fallito. Lo dice il British Medical Journal

In una serie di articoli dedicati alle politiche pubbliche sull'uso degli stupefacenti, il British Medical Journal chiede a gran voce un cambio di rotta. 

di Federica Sgorbissa

L’espressione “war on drugs” è stata resa popolare dal presidente degli stati Uniti Richard Nixon, che durante il suo mandato l’ha perseguita con grande impegno (anche se mai quanto in seguito Ronald Reagan). La vera responsabilità dell’impostazione proibizionista adottata dalla gran parte dei governi mondiali la si deve però all’ONU, che in più di 50 anni ha mantenuto in questo ambito un atteggiamento più ideologico che pragmatico. A quanto pare, però, è giunto il momento di cambiare, come denuncia fra gli altri anche il British Medical Journal, in una serie di articoli dedicati alle politiche pubbliche sugli stupefacenti.

La rivista, una dei più autorevoli journal scientifici in ambito medico al mondo, ha preso pubblicamente una posizione molto chiara: la repressione non serve ed è il momento di mettere in atto politiche pragmatiche che promuovano la salute pubblica, basate sui risultati della ricerca scientifica. Una vera e propria guerra alla guerra alla droga, quella di BMJ, condotta attraverso le voci di alcuni fra i maggiori esperti internazionali nel campo (figure politiche di vari paesi, esponenti delle nazioni Unite e della Commissione Europea, medici…) in una serie di feature article, editoriali e commentari che hanno toccato vari temi, dagli aspetti economici a quelli sociali e sanitari.

“La guerra alla droga ha fallito” si legge sulla pagina di BMJ che raccoglie tutti i contributi. Il costo annuale mondiale delle politiche repressive si aggira intorno ai 100 miliardi ma in più di 50 anni non si sono ottenuti risultati sostanziali. Come spiegano Molly Meacher e Nick Clegg, due parlamentari britannici impegnati da anni sul fronte delle politiche antidroga, dal 1961, l’anno in cui le Nazioni Unite hanno sostanzialmente dettato l’agenda politica proibizionista internazionale, le droghe sono diventate ancora più potenti e pericolose, come anche anche le organizzazioni criminali che ne controllano lo spaccio.

La responsabilità delle Nazioni Unite è chiarita anche nell’editoriale di Richard Hurley, dello staff di BMJ, che racconta che a partire dall’inizio degli anni ‘60, per ben tre volte, l’ONU ha individuato nel proibizionismo e nella criminalizzazione delle droghe il modo migliore di perseguire la salute pubblica e il benessere umano. Questa visione, non supportata da dati oggettivi, ha plasmato l’atteggiamento e le politiche mondiali sulla droga nei successivi 55 anni, nonostante da allora abbia cominciato ad accumularsi un’impressionante mole di dati che dimostra la sostanziale non correlazione fra le politiche proibizioniste e la diffusione della droga.

Hurley racconta anche che, proprio l’anno scorso, le Nazioni Unite hanno finalmente compiuto una svolta epocale: lo scorso aprile nel corso di un’assemblea generale molte nazioni hanno chiesto che la salute e i diritti civili diventino una priorità rispetto alle azioni punitive. Ban Ki-Moon in persona ha dichiarato: “dobbiamo considerare alternative alla criminalizzazione e al carcere per le persone che usano le droghe. Dobbiamo focalizzarci maggiormente sulla salute pubblica, la prevenzione, il trattamento e la cura della persona”.

La lotta proibizionista alla droga non ha solo un enorme impatto economico (costi per la gestione, ma anche mancati introiti attraverso le tasse, nel caso la droga venisse legalizzata) e sociale (proliferare della criminalità organizzata, stigma diffuso) ma anche pesanti implicazioni per la gestione della salute pubblica. Come si legge nell’articolo di Michel Kazatchkine, segretario delle Nazioni Unite con un incarico speciale per l’HIV nell’Europa dell’est e in Asia Centrale, sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità che UNAIDS “raccomandano congiuntamente che vengano creati strumenti e buone pratiche per la riduzione del danno, per quel che riguarda la trasmissione di malattie come l’HIV, l’epatite, la tubercolosi che sono strettamente legati a un’assunzione non sicura di droghe”. Queste strategie, spiegano, non necessitano la proibizione dei comportamenti a rischio e sono fondamentali per ridurre il numero di morti e malattie, perché è chiaro che le dipendenze sono caratterizzate proprio dall’incapacità dei soggetti all’astinenza (per cui la proibizione non ha alcun effetto).

Nello stesso articolo si raccontano gli effetti collaterali che una gestione rigida delle tossicodipendenze ha sulla salute pubblica: i paesi con le politiche più intransigenti, come la Russia, sono anche quelli dove i tassi di nuovi casi di HIV ogni anno hanno livelli altissimi. Negli stessi paesi le persone malate non ricevono i trattamenti antiretrovirali, anche perché vivendo nell’illegalità non vogliono uscire allo scoperto per paura di essere incriminate. Da notare che anche questo aprile all’assemblea dell’ONU la Russia ha mantenuto tale atteggiamento intransigente.

I paesi, continua Kazatchkine, che invece offrono siringhe pulite, trattamenti a base di metadone e altri interventi, come l’Ucraina, hanno visto calare drasticamente le nuove infezioni. Esemplare e preoccupante un altro dato: a seguito del cambio politico in Crimea e il conseguente bando sul metadone, in pochi mesi sono morte un gran numero di persone.

Altri articoli nello speciale di BMJ portano invece esempi positivi di politiche antiproibizioniste. Le esperienze del Portogallo, della Svizzera e della città di Praga vengono esemplificate in un articolo di Ruth Dreifuss e Pavel Bèm. Dreifuss è stata presidente della Confederazione Elvetica e promotrice di un referendum, che ha vinto, che proponeva la revisione delle politiche sulla droga, nella direzione della prevenzione, mentre Pavel Bèm, medico ed ex sindaco di Praga, ha lavorato a lungo per una migliore e più tollerante gestione delle tossicodipendenze nella sua città. Tutte e tre le esperienze, anche quella del Portogallo, hanno portato a significativi miglioramenti -che potete leggere nel dettaglio nell’articolo linkato sopra-.

ONU, OMS, UNAIDS, diverse nazioni (e alcuni stati americani), riviste scientifiche autorevoli: sono tantissime le voci internazionali che chiedono con urgenza un cambio di rotta mondiale sulle droghe, che si basi sulle conoscenze scientifiche e che persegua la salute prima della punizione. Che cosa succede nel nostro Paese in questo senso? La Jervolino-Vassalli, che è l’attuale legge che regola l’uso di droghe in Italia dopo che la Giovanardi-Fini – estremamente punitiva e ideologica – è stata giudicata incostituzionale, è una legge vecchia (del 1990, con una revisione del 1993) e che, pur provando a non punire il consumatore – per quel che riguarda le droghe leggere -, genera molta confusione e di fatto lascia molta responsabilità in mano ai giudici.

Come sappiamo, esiste una proposta di legge ad opera di Benedetto Della Vedova, attuale sottosegretario agli Esteri, che chiede la depenalizzazione della cannabis (attenzione, non la legalizzazione). La legge lo scorso ottobre è stata rimandata alle commissioni competenti e per ora tutto tace. Nel prossimo articolo di questo approfondimento avremo modo di parlare con Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, che lo scorso aprile è intervenuto all’assemblea delle Nazioni Unite proprio sulle politiche antidroga. Capiremo, insieme a lui ma non solo, in che direzioni si muoverà il nostro Paese.

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