mercoledì 19 aprile - Aldo Giannuli

L’intervento degli Stati Uniti in Siria e il confronto con la Russia per il nuovo ordine internazionale

di Lorenzo Adorni

“Ha attraversato diverse linee per me”. Dopo le forti critiche alla politica delle “linee rosse” di Obama, il commento di Trump al presunto bombardamento chimico Khan Shaykhun, ad opera dell’esercito siriano, suona da subito come un cambio di strategia. 
La linea guida della nuova amministrazione si manifesta anche nella dichiarazione dell’Ambasciatrice Haley al Consiglio di Sicurezza: “Quando le Nazioni Unite falliscono costantemente nel loro dovere di attuare azioni collettive, ci sono momenti in cui gli stati sono costretti ad intraprendere azioni proprie”.

È la formalizzazione del risultato del recente scontro politico interno all’amministrazione americana: la politica dell’“America First” è appena stata seppellita. Ottima come slogan da campagna elettorale, molto meno utile per definire una vera e propria dottrina di politica estera: come sarebbe possibile concepire la potenza statunitense, imbrigliata in sé stessa, quando la globalizzazione e il contesto internazionale offrono l’occasione di una leadership globale, seppur con un ruolo di primus inter pares? Si tratta di prospettive inconciliabili.

La logica dell’“America First” è inadattabile anche con i sei fronti caldi aperti, assai lontani da una soluzione: Mar Cinese meridionale, Nord Corea, Afghanistan, Iraq, Yemen e la stessa Siria. Il giorno in cui riporre l’Hard Power statunitense nel cassetto è ancora distante. Breve è invece il passo che compie Trump dalle dichiarazioni all’intervento militare.

Lasciamo da parte la “teoria” della reazione impulsiva. Quest’azione bellica è stata determinata più da strategie politico diplomatiche che dall’effettiva aspettativa di limitare le atrocità della guerra civile siriana.

Il nodo fondamentale è uno solo: chi porterà le potenze regionali e globali fuori dal conflitto siriano, potrà aspirare ad avere un ruolo guida, all’interno della comunità internazionale, nel prossimo decennio. A Washington questo è ben chiaro. Per l’amministrazione statunitense è quindi indispensabile recuperare un posto fra gli attori che contano. Al punto da arrivare a sgomitare per farsi spazio e sedersi al tavolo siriano. Assicurarsi la possibilità di esercitare un’influenza politica, nella soluzione della crisi, è un aspetto imprescindibile e irrinunciabile. Ridimensionando le iniziative diplomatiche russe di Astana a un ruolo secondario.

Riconquistato un posto al tavolo, il secondo passo è dettare le regole. Concorrere a determinare gli elementi su cui tracciare la strada da percorrere per portare la Siria fuori dalla guerra civile. Le potenze coinvolte, Stati Uniti in primis, sono consapevoli del fatto che alcune delle scelte politiche e diplomatiche che determineranno la risoluzione del conflitto siriano, potrebbero consolidarsi come prassi all’interno della comunità internazionale, trovando applicazione in diversi scenari futuri. Nuovi approcci e nuovi pilastri che potrebbero gettare le basi per la creazione di un nuovo ordine internazionale. Per Washington è quindi fondamentale, non solo sedersi al tavolo delle trattative, ma contribuire a determinarne le linee guida dell’azione politica e diplomatica.

Tra i diversi aspetti, tre risultano essere i pilastri politico diplomatici oggi individuabili.

Il primo è il tentativo di definire il modo di condurre la guerra non interstatale e le relative modalità di contenimento dell’uso della violenza. Nella guerra civile siriana le grandi potenze hanno fallito nel tentativo di contenere l’uso incontrollato della violenza. La guerra ha perso l’ordine e i vincoli tipici dei conflitti interstatali. Il divieto di ricorso alle armi chimiche è quindi il punto di partenza, ma non il punto di arrivo. L’obbiettivo è giungere al contestuale divieto di impiego di altre armi devastanti, come barili bomba o armi termobariche. Definendo inoltre i vincoli alla conduzione di azioni militari nei contesti urbani più popolosi, limitando il coinvolgimento delle infrastrutture civili, come scuole e ospedali, regolarmente presi di mira durante il conflitto. Sono i primi passi di un’azione indirizzata a ristabilire norme limitanti l’uso della violenza incontrollata, settaria e indiscriminata, rivolta nei confronti dei civili siriani.


Sul piano della comunità internazionale si tratta, in via generale, della volontà delle grandi potenze di definire il modo di condurre le nuove guerre non interstatali, alla luce dei conflitti odierni fra stati e attori non statuali. L’obbiettivo è ridurre il rischio che ogni conflitto di questa tipologia possa tradursi in un tentativo di annientamento reciproco e delle rispettive popolazioni.

L’imposizione di limiti non è solo una questione strettamente etica, volta a creare l’utopica aspettativa di un loro rispetto. L’imposizione di limiti è funzionale alla definizione di una soglia oltre la quale le azioni di diplomatiche, a sostegno dei regimi accusati di violazioni, non sarebbero più sostenibili e accettabili da parte dell’intera comunità internazionale. Definendo al contempo nuovi margini di legittimazione degli interventi militari. Si tratterebbe della formalizzazione del superamento del principio di non ingerenza interna.

Il secondo pilastro risiede nella necessità di favorire la conservazione delle entità statali nell’attuale contesto internazionale, come elemento di garanzia della comunità internazionale stessa e come fattore di contrapposizione al caos. Da questo punto di vista, nel teatro siriano sono due gli elementi interdipendenti in gioco: il futuro dello stato e l’assetto politico interno del paese.

L’integrità territoriale della Siria è un elemento su cui le parole di Tillerson e Lavrov descrivono uno scenario di convergenza. Il principio è chiaro, le modalità di attuazione non ancora. Troppo strettamente legate al complessivo assetto politico post conflitto della Siria. Aspetto irrisolto. L’esercito siriano sembra capace di riconquistare solo parzialmente il territorio perso. Talvolta risulta incapace di consolidare le proprie posizioni, nonostante il supporto militare russo. Da sei anni è sotto scacco da parte di instabili schieramenti, formati da una miscela esplosiva di eserciti regolari, milizie, gruppi terroristici e ISIS. Tutte le formazioni in conflitto sono influenzate da potenze regionali, quando non globali. Con le future mosse politiche l’amministrazione americana cercherà di limitare il ruolo dell’Iran nella definizione dell’assetto politico della Siria futura. Circostanza che la Russia potrebbe non accettare, senza una contropartita. La chiave di volta, risiede nel futuro che il dittatore siriano e la componente Alawita potranno mantenere.

Oggi Assad non può più essere considerato un interlocutore da parte dell’Unione Europea e dei paesi occidentali in generale. Domani non potrà più esserlo nemmeno per la Russia, nel momento in cui la Russia stessa tenterà di consolidare il suo ruolo di attore strategico nel Medio Oriente. Le dichiarazioni di Tillerson mostrano un’amministrazione statunitense ferma nella richiesta di rimozione, ma disposta ad attendere il tempo necessario per predisporre una successione ordinata e non caotica alla guida del paese.

Gli Stati Uniti, alla luce dei fallimenti libici, iracheni e afghani, sembrerebbero fissare, con una rinnovata buona dose di realismo, il fattore dell’integrità territoriale dello stato e la sopravvivenza dell’entità statale, come valore preminente. Da parte di Washington sembrerebbe emergere una nuova strategia sul piano internazionale, un nuovo modus operandi per affrontare il fattore delicato che lega la rimozione di dittatori impresentabili da un lato e la necessità di conservazione dell’entità statale dall’altro. Continuando a promuovere operazioni di “regime change”, ma in un contesto ordinato, in modo tale da non lasciare spazi all’emergere di nuove guerre civili o stati falliti. È il tentativo di lasciarsi alle spalle le catastrofi dell’era Bush, così come i vuoti politici e la mancanza di realismo dell’era Obama.

Nel momento in cui si vuole evitare la diffusione di instabilità, destabilizzazione e caos, evitare la creazione di entità statali deboli, o nuovi stati falliti, è una prerogativa irrinunciabile nel contesto internazionale odierno.

Il terzo e ultimo aspetto è la lotta al terrorismo, quale fattore di destabilizzazione della comunità internazionale. Stati Uniti e Russia sembrano convergere anche su questo punto. Il quale però risulta difficilmente raggiungibile. Molto probabilmente non assisteremo a nessuna vittoria definitiva sulle milizie dello stato islamico. Nonostante l’ISIS controlli un territorio, l’ISIS stesso è, e rimane, un attore non statuale. In conseguenza di ciò, il suo modo di condurre il conflitto non lo porterà a intraprendere nessuna battaglia decisiva. Nessun territorio per l’ISIS è indispensabile. Non ci sarà l’assedio “finale”, vinto il quale si potrà parlare di sconfitta chiara e definitiva. Questa milizia terroristica transnazionale, se messa alle strette, eviterà lo scontro insostenibile. Preferendo scomparire dal teatro siriano, per poi ricomparire altrove. A distanza di un tempo oggi non calcolabile.

L’ISIS permane un fattore dirompente sullo scenario internazionale. A partire dal totale disconoscimento di ogni istituto politico e diplomatico, fino a giungere alle attività di cancellazione di interi stati e relativi confini dalla carta geografica. Per entrambe le potenze mondiali, il terrorismo è un fattore che potrà essere sconfitto solo nel medio periodo, da tenere quindi in considerazione ancora per lungo tempo.

Concludendo possiamo osservare come l’intervento militare e diplomatico americano potrebbe concorrere a determinare una via di uscita al conflitto siriano, determinando al tempo stesso, cambiamenti significativi per l’intera comunità internazionale. Tuttavia, esistono due condizioni che potrebbero trasformarlo in un colossale fallimento. La prima è che l’intervento militare del 4 aprile scorso resti fine a sé stesso. Un caso unico. Non replicato di fronte al nuovo uso di armi chimiche o a nuove violazioni del diritto internazionale. Con una conseguente perdita di credibilità per l’amministrazione statunitense. La seconda è che Washington non intraprenda un’azione diplomatica valida, capace di ridefinire le carte in mano agli attori del tavolo siriano. Questo scenario vedrebbe la nuova amministrazione americana incapace di individuare un nuovo ruolo per gli Stati Uniti, in un contesto internazionale multipolare.

In entrambi questi due casi assisteremmo ad un’accelerazione dello scivolamento della comunità internazionale verso il caos. Entreremmo in un mondo multipolare, in cui i tentativi di alcune delle potenze globali di determinare un nuovo ordine internazionale risulterebbero non solo vani, ma potrebbero portare a risultati diametralmente opposti alle aspettative. Accelerando le crisi invece che contenerle. Risultando ininfluenti, se non controproducenti, rispetto l’unico obbiettivo fondamentale realmente condivisibile al giorno d’oggi fra le grandi potenze: il contenimento dell’instabilità e del caos.

Lorenzo Adorni




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