lunedì 27 marzo - Oggiscienza

L’aborto e la legge: Italia, Europa e resto del mondo

Australia e Texas in questi giorni hanno fatto parlare per due notizie agli antipodi, sia culturalmente che geograficamente. Da noi come vanno le cose?

di Federica Sgorbissa

In un mondo ideale dove la popolazione (specie gli adolescenti) venga correttamente informata e agevolata sulle pratiche anticoncezionali, l’aborto sarebbe un problema di natura squisitamente sanitaria: si praticherebbe essenzialmente nei casi in cui è a rischio la salute della mamma o la qualità di vita del nascituro. Oltre che naturalmente nei casi di violenza sessuale. Poiché il mondo anche su questo fronte è ben lontano dall’essere ideale. Si continua invece a discutere, anche dal punto di vista legislativo, sulle interruzioni di gravidanza (IVF): è etico permettere che si pratichino? E in quali casi? I ginecologi devo essere liberi di astenersi dalla pratica o lo Stato deve sempre garantire il diritto della donna all’interruzione di gravidanza?

È di pochi giorni fa la notizia che il Texas ha accettato due proposte di legge, che potrebbero a breve essere definitivamente approvate, che paiono grottesche. La prima protegge i medici che per loro personali motivi decidono di mentire ai futuri genitori sullo stato di salute del feto (prevenendo così un eventuale interruzione di gravidanza). La seconda sembra una vera e propria minaccia alle donne che si sottopongono a un’IVF: viene vietata di fatto la tecnica medica più sicura per l’aborto, costringendo i medici ad adottare metodologie più rischiose per la salute della donna.

Più o meno contemporanea è una notizia di colore opposto: in Australia i Territori del Nord hanno adeguato l’apparato legislativo sull’aborto al resto del paese, rendendolo più accessibile e sicuro per le donne (anche attraverso l’uso dell’aborto farmacologico).

Italia: bene la teoria, male la pratica

Due notizie agli antipodi, sia culturalmente che geograficamente. Da noi come vanno le cose? In Italia l’aborto è di fatto legale dal 1978, con l’approvazione della legge 194 (confermata con il referendum del 1981). Sulla carta non siamo messi male: siamo fra i paesi dove di fatto è permesso con una libertà sensata e rispettosa della salute della donna.

Perché è proprio questo il punto centrale della questione: la tutela della libertà e della salute delle donne. Come si legge sul sito dell’Associazione Luca Coscioni, estremamente sensibile a questi temi – ricordiamo che se abbiamo una buona legge sull’aborto lo dobbiamo al Partito Radicale Italiano, da cui l’Associazione origina – che spiega: “la legislazione proibitiva fu radicalmente modificata, anche a fronte dell’elevatissimo numero di aborti illegali, che causavano spesso complicazioni gravi e un grande numero di morti”.

Quando infatti l’aborto viene praticato illegalmente, il rischio di morte è altissimo. Si stima che l’8-18% delle morti femminili collegate alla maternità siano dovute a un aborto clandestino (secondo i dati diffusi dall’Istituto Guttmacher, attivo nella promozione della salute sessuale e riproduttiva). Sono questo tipo di problemi ad aver spinto molti paesi a modificare nel corso del ventesimo secolo la legislazione in una direzione di maggior tolleranza. La semplice proibizione della pratica, infatti, non è in grado di impedire che le donne ricorrano all’aborto, come si legge in uno studio pubblicato su The Lancet nel 2016 che mostra che il tasso di aborti nei paesi dove le leggi sono più restrittive è del 37 per mille e in quelli più tolleranti del 34 per mille. Con una non piccola differenza: nei paesi dove l’IVF è legale la salute delle 34 donne su mille è tutelata, mentre le 37 che vivono nei paesi proibizionisti sono tendenzialmente in mano a criminali.

In italia, però, fra il dire è e il fare c’è di mezzo la “coscienza”, non quella delle donne ma quella dei medici. Nonostante la buona legge, di fatto il tasso di obiettori di coscienza nei reparti ginecologici degli ospedali italiani rende la sua applicazione difficile e dolorosa, mettendo di fatto a rischio la salute delle donne. Com’è emerso anche in un’inchiesta di Repubblica del 2012 nonostante l’aborto sia legale, l’accesso alla pratica è diventato negli ultimi anni via via più difficile. Secondo l’inchiesta anche in Italia molte donne vanno all’estero per abortire o ricorrono all’aborto clandestino in cliniche non autorizzate. 

E proprio riguardo a quest’ultimo punto c’è un particolare inquietante nella nostra legislazione: in un paese con tassi di obiezione di coscienza da record (70% complessivi, 67% al nord e 80% al sud) e dove si verificano casi paradossali, inquietanti e dolorosi, l’anno scorso è stato varato un decreto legislativo che modifica l’articolo 19 della legge 194, inasprendo le pene pecuniarie (da un minimo di 5mila a un massimo di 10euro), per quelle donne che ricorrano all’aborto clandestino nel nostro Paese.

Provate un attimo a fare ordine nei pensieri: perché in un paese dove l’aborto è legale, dove si garantisce la privacy e l’operazione è sostanzialmente gratuita una donna dovrebbe ricorrere all’aborto clandestino? Sembra non avere senso, ma lo acquista quando si scopre che una donna può venire “rimbalzata” decine di volte dalle strutture pubbliche e finire magari per essere oltre il periodo di gestazione in cui la pratica è consentita. E quindi sceglie di rivolgersi a un “mercato nero” correndo due volte il rischio, poiché si mette in mano a personale e strutture non non qualificate e perché più avanzata è la gravidanza più la procedura è pericolosa. Così la legge finisce per punire le donne, anziché proteggerle dagli obiettori e da medici che agiscono illegalmente.

Tra la legge e la pratica

L’italia non è comunque l’unica nazione europea ad avere questo tipo di carenze.

L’unica nazione Europea che proibisce l’aborto in ogni caso (quindi anche in caso di pericolo di vita della madre e di gravidanze causate da stupri) è Malta. L’Irlanda è solo uno scalino sopra poiché lo permette solo “per salvare la vita alla madre”. Sorprendentemente lo stesso vale per l’Irlanda del Nord, che pure fa parte del Regno Unito dove l’aborto è invece legale. Stessa situazione per Andorra e San Marino. Nel Liechtenstein è legale per proteggere la vita e la salute della donna (anche quella mentale), ma (e sembra un controsenso) illegale in caso di stupro e se ci sono malformazioni del feto.

La Polonia al momento ha una legislazione che sulla carta permette l’aborto (mai comunque ragioni di povertà) ma viene applicata in maniera piuttosto restrittiva, per esempio in caso di stupro è necessario che l’aggressore venga riconosciuto colpevole, e lascia molto potere ai medici limitando di fatto la libertà delle donne. Qualche mese fa inoltre la Polonia è stata al centro di una polemica: una proposta di legge che quasi aboliva del tutto la possibilità di accedere alle interruzioni di gravidanza è stata oggetto di una protesta popolare di massa che ha portato alla decadenza della proposta.

La Polonia, cattolicissima, è comunque l’unico paese Europeo dell’ex blocco comunista ad avere un approccio restrittivo sull’aborto. In generale in Europa l’aborto è legale quasi ovunque, con alcune restrizioni in alcuni paesi, come abbiamo visto, e leggi più libertarie in altri (come in Francia per esempio). Come però si legge nel rapporto 2007 della International Planned Parenthood Federation, l’accesso all’aborto in gran parte dell’Europa non dipende tanto da ciò che la legge prescrive, ma dalle opinioni sociali prevalenti e dall’interpretazione della legge. Proprio come in Italia.




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