lunedì 16 gennaio - Camillo Pignata

Intervista di Renzi a Repubblica: il canto del cigno del Pd

Torna a far sentire la sua voce Matteo Renzi. Torna a far sentire la sua voce, senza uscire dalla politica, come promesso in caso di sconfitta referendaria.

Confida al popolo la sua tentazione di ritirarsi. Per rispettare un impegno politico? No! Per la delusione subita. 

È il solito approccio personalistico, riferibile non solo alla protervia dell’uomo, ma ad una precisa linea politica di destra, che supera gli organi intermedi, per stabilire un rapporto diretto del leader, con il pubblico

Incapace di fare qualsiasi analisi politica, e meno che mai del proprio partito, non s’accorge che i problemi del PD non riguardano solo il segretario, ma tutto il partito, dirigenti ed iscritti, che lo hanno votato e sostenuto.

Non s’accorge che la riduzione del partito a fabbrica del consenso, da lui tanto enfatizzata, è incompatibile con i valori della sinistra.

E poi le solite vecchie ricette di destra che vengono sbandierate come le novità della sinistra.

Abbassare le tasse, il garantismo, e così via...

Il rapporto con il sindacato si riduce ad un attacco alla polemico alla CGIL, per l’utilizzo dei voucher.

È di ieri l'intervista di Renzi su “La Repubblica”, ma è arrivata troppo presto. È arrivata prima di un’autocritica per la sconfitta referendaria per gli impegni politici non rispettati, per le promesse non mantenute, per un’attività di governo che ha fallito nei suoi obiettivi.

Ma per Renzi l'autocritica non è la ricerca delle ragioni di una sconfitta, di un risultato non raggiunto, ma un’ammissione di colpa. E questo è intollerabile per una persona che crede tanto troppo nelle proprie capacità nella giustezza delle proprie posizioni, che neppure le confronta nelle sedi del partito con gli organi del partito, anche perche l'autocritica, non riguarda a solo lui, ma tutta la classe dirigente. Non si è esposto alle critiche dell’opposizione interna, che per la verità è stata zitta, non ha saputo utilizzare la vittoria, per una denuncia delle deficienze di democrazia all'interno del partito, e di quelle programmatiche, che sono una brutta copia del programma di Berlusconi.

È intanto migliaia di persone, che non ne possono più di un partito delle larghe intese, dell'alleanza con Verdini, del pareggio di bilancio in Costituzione, della flessibilità di Treu trasformata in voucher, di Marchionne e di Serra, lasciati a loro stessi, ai loro rimpianti, alle loro nostalgie per una sinistra che è scomparsa dalla scena politica.

E del rilancio del partito , neppure l’ombra.

La rinascita del partito doveva iniziare con la presa di coscienza che viviamo in una società europea, mediatica e globale.

Il partito è nazionale e dovrebbe essere europeo, perché le decisioni per l'Italia si prendono non a Roma, ma a Bruxelles.
 

Mentre la rivisitazione dei programmi del partito, dovrebbe prendere le mosse da un’analisi e valutazione della comunicazione, per trasformarla da strumento di consenso, in strumento di lotta, e dalla contrapposizione dei diritti globali al capitale globale.

Per questo nessun rilancio è possibile lontano da Bruxelles, e senza la rottura dell’alleanza Ppe e Pse, e il rinnovo dei programmi nei termini sopra indicati.

E allora anche se questa intervista risponde alle attese di migliaia di iscritti, questo non è sufficiente a cambiare il declino del PD la sua inesorabile fine.

Le critiche feroci del direttore dell'”Unità” e l’abbandono di migliaia di iscritti in Emilia sono il canto del cigno di questo partito.

Quando una maggioranza non sa perdere e l'opposizione non sa vincere il partito è finito.



1 réactions


  • Persio Flacco (---.---.---.160) 16 gennaio 23:15

    Più che a una fine del PD mi pare che l’intervista preluda ad una sua mutazione genetica verso il Partito della Nazione (PdN). Meglio ancora: prelude alla sua confluenza nel Partito della Nazione. Un associazione di significati quella tra Partito (parte) e Nazione (totalità) che è già un programma politico ideologico: la parte che comprende in sé e si fa rappresentanza unica e guida dell’intera complessità e varietà sociale. Un partito quindi che annuncia la sua vocazione totalitaria già dal nome.

    Per capire di che si tratta, in assenza di una vera base teorica, basta ripercorrere sommariamente l’attività di quell’abbozzo di PdN che è diventato il PD renziano.
    Il "partito del fare", che per "fare" ha bisogno delle mani libere da lacci ideologici e anche programmatici; che si allea per governare con chi vuole, senza preclusioni; che accoglie indifferentemente fuorusciti di ogni matrice ideologica: da Gennaro Migliore a Denis Verdini e Angelino Alfano. Un partito dunque che non può non fondare la sua unità se non sulla figura del Capo Carismatico, unico depositario della linea politica e delle giravolte necessarie ad ottenere il suo scopo primario: il Potere. Un progetto di questo genere, in una fase politica di frantumazione del centrodestra, rischia di non avere contrappesi, di trovarsi di fronte ad panorama politico nel quale una galassia di forze politiche troppo piccole e divise per competere col PdN potrebbero esserne assorbite fino a conferirgli la massa indifferenziata tale da renderlo effettivamente una entità totalitaria.
    La riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre è stato il tentativo di accelerare questo processo e, mi duole dirlo, dobbiamo ringraziare Berlusconi se è fallito.
    Ma non è finita li: Renzi è di nuovo in pista, e ora vuole occuparsi del partito...


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