lunedì 30 gennaio - Enrico Campofreda

L’Amerika che non dimentica lo schiaffo iraniano

“Lo spirito razzista presente negli Stati Uniti è stato celato dietro pronunciamenti democratici e pretese di diritti umani”. “Menzionare l’Iran fra le nazioni che introducono azioni terroriste ha il sapore di uno scherzo” ha affermato il portavoce del parlamento iraniano Ali Larijani. 

Una reazione tutto sommato diplomatica alla sortita del presidente Donald Trump che, incurante dell’intera popolazione americana, del Congresso, delle tendenze presenti nel suo stesso partito, ha firmato quel decreto che vieta per tre mesi l’ingresso nel Paese ai musulmani di sette nazioni: Iran, Iraq, Siria, Libia, Yemen, Sudan, Somalia. 

Mentre monta la protesta degli americani anti Trump dall’Iran, con cui la politica statunitense aveva negli ultimi mesi trovato una distensione grazie all’azzeramento delle sanzioni economiche, giungono commenti vari. Sibillino quello del ministro degli Esteri Javad Zarif “Un magnifico regalo agli estremisti” che possono essere individuati nei jihadisti sparsi per il mondo, e pure nella componente conservatrice interna. Quella teologica di certi ayatollah e quella laica del partito dei Pasdaran che riprenderebbero il braccio di ferro con l’Occidente ora che s’approssimano la campagna elettorale e la battaglia contro i riformisti (le presidenziali sono previste per il 18 maggio). La rimozione delle sanzioni sta avendo un effetto rigenerante per l’economia iraniana, con 10 miliardi di dollari di progetti legati all’energia che sono stati stipulati con varie compagnìe estere.

Se quelle di sponda russa e cinese non saranno coinvolte in nuovi scossoni geopolitici, i marchi giapponesi, sud coreani, turchi e poi tedeschi, inglesi, belgi, danesi, olandesi, spagnoli potrebbero vedersi piovere addosso la mannaia di ennesimi embarghi cui allinearsi in virtù della vicinanza strategico-militare con Washington che riporterebbe ai recenti anni dello scontro sul nucleare o quelli remoti della crisi con la fatwa khomeinista. Sul tema interviene proprio il ministro iraniano dell’Energia Hamid Chitchian, che ha sollevato la questione alla vigilia dei dieci giorni di festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione iraniana in programma dal 1° al 10 febbraio. Ha ricordato come per alcuni progetti energetici nel marzo prossimo è attesa la definizione di contratti per 2 miliardi di euro con alcune compagnìe europee, mentre nei dieci giorni della memoria khomeinista ben 5.000 piani per l’energia, in gran parte riguardanti il settore elettrico anche con energie rinnovabili, dovranno trovare attuazione. Alcuni investimenti riguardano nazioni contigue come l’Iraq, altri lo stesso territorio interno e offrirebbero libertà d’iniziativa ad aziende private della più varia provenienza. Anche per questo l’attuale dirigenza di Teheran vicina al presidente Rohani non ha alcun interesse a rompere il clima di collaborazione miracolosamente ripristinato e spenderebbe a suo favore nelle urne il fiume di denaro che i contratti possono introdurre nelle casse statali o nelle bonyad di clerici e Guardiani della Rivoluzione, visto che diverse aziende interne afferisco a tali proprietà.

Ma per mister Trump ideologia ed energia hanno una rima che conduce a quell’interesse americano carezzato anche prima del suo arrivo. L’esempio delle concessioni governative alle volontà della lobby dei propri petrolieri è lampante. Trump non c’era, Obama subiva questi voleri e la produzione statunitense negli ultimi anni ha raggiunto vette mondiali contro qualunque accordo sull’estrazione, in faccia a qualsiasi buon rapporto con le amiche petromonarchie; e pure contro qualsiasi logica di guadagno, visto gli altissimi costi della scellerata tecnica della frantumazione idraulica oltre che la pessima qualità degli idrocarburi estratti bisognosi di un’altrettanto costosa lavorazione. Però così l’America è diventata autosufficiente, anzi è in testa alla produzione mondiale, compete coi colossi di gas e petrolio. L’Iran è fra questi, e com’era già accaduto, creare fratture ed embarghi economici è un gioco perverso che non provoca ripercussioni sul colosso d’Oltreoceano, ma fra iraniani e partner commerciali europei. Che il business personale e le propensioni politiche del neo presidente americano abbiano la meglio sulla stessa ideologia sarebbe dimostrato dall’esclusione dai divieti d’ingresso in territorio Usa di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Libano, Egitto. Taluni analisti sostengono che non sarebbe questo il motivo: altre inaffidabili nazioni islamiche (il Pakistan su tutte) non rientrano nella lista nera. Si mira a colpire nazioni dai governi deboli o inesistenti (Siria, Iraq, Libia, Somalia) e quelle con cui amerikani che non dimenticano hanno conti in sospeso, sommando la lesa maestà del passato con gli attuali riequilibri strategici e di mercato.

Enrico Campofreda, 30 gennaio 2017

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

 

 




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