martedì 21 febbraio - Enrico Campofreda

Kabul, sussurri e grida sul ritorno del macellaio

Procede speditamente lo sdoganamento del macellaio di Kabul e il suo ingresso nel “governo democratico” di Ghani. Dallo scorso settembre Gulbuddin Hekmatyar, leader del partito islamista, uno dei più noti e sanguinari signori della guerra, era corteggiato dal presidente afghano per un piano di pacificazione nazionale. Piano che prevede di stabilire accordi coi talebani, innanzitutto per giungere a una tregua nelle province più focose dell’insorgenza (Helmand, Kandahar, Kunduz, Balch, Wardak) e strada facendo ipotizzare una divisione dei ruoli fra un governo di facciata che mantiene rapporti internazionali e i reali controllori del territorio, i miliziani col turbante, cui viene concesso un bel pezzo della gestione dell’economia dell’oppio e le tangenti per non intralciare il cosiddetto sviluppo della normalizzazione (sfruttamento del sottosuolo da parte di aziende straniere, opere come il gasdotto Tapi, più possibili servizi venturi). 

Così i boss politici possono vivere felici e contenti, la popolazione continuare a languire ed essere costretta a ingrassare i trafficanti di rifugiati. Alla quadratura del cerchio sta offrendo un contributo anche un organismo sempre presentato super partes: l’Onu, che ha cancellato ogni sanzione nei confronti di Hekmatyar. Il leader islamista può ora presentarsi nella capitale che martoriò a metà anni Novanta, senza il pericolo d’essere arrestato come stabiliva una sanzione emanata nel 2003 a seguito proprio d’una risoluzione Onu del 1999.

Un pericolo fittizio poiché dalla sponda governativa nessuno si sogna d’intralciare il ruolo dell’ex mujaheddin, anzi. Il suo radicamento nella politica armata locale, i trascorsi che lo rendono un’icona del jihadismo ne farebbero una pedina utile al dialogo fra amministrazione Ghani-Abdullah e insorgenza predisposto dalla regia del Pentagono. Ma gli ultimi mesi dicono anche altro. L’Hezb è un’entità a sé che solo in alcune circostanze ha condotto azioni coi Talib, inoltre l’impatto di fuoco e lo stesso reclutamento di giovani generazioni resistenti non vedono certo brillare il gruppo. Tutto gira sulla fama del vecchio ‘macellaio’, però i quadri intermedi non manistestano carisma. C’è poi stato uno scontro di propaganda fra la parte più intransigente della famiglia talebana, che snobba i colloqui governativi perché pensa di prendere il potere con le armi scalzando il governo-fantoccio, e gli emissari di Hekmatyar. Lo racconta un gruppo di ricercatori locali che sta seguendo da mesi lo sviluppo delle trattative. I turbanti hanno definito ‘insignificante’ l’Hezb, quest’ultimo li taccia di fanatismo. Comunque nelle strade della capitale gira la diceria che il grande vecchio del Jihad arriverà, ben protetto da gruppi di guardie del corpo, e si piazzerà a sud, nell’area di Chahrasyab dov’era il suo antico quartier generale. Altre voci affermano che alcuni edifici che l’amministrazione sta ristrutturando ospiteranno almeno 500 combattenti dell’Hezb che seguiranno il capo e addestreranno reparti dell’esercito.

Ma c’è chi valuta superfluo tutto questo darsi da fare governativo. Un mese fa la diplomazia talebana s’è mossa ed ha scritto al neo presidente Trump. Fra i punti della missiva spiccava: l’inutilità degli strascichi della guerra in corso sul territorio afghano, quello che per i talib è l’Emirato islamico dell’Afghanistan. Si aggiornava lo staff del nuovo inquilino della Casa Bianca sui reali rapporti di forza: 50% del territorio sotto il controllo dei resistenti, un altro 30% che ci finirà se la trattativa dovesse fallire e le enclavi dove vivono assediati Ghani e i suoi uomini. Visto l’andamento dei 14 anni di Enduring Freedom e Isaf Mission, si invita Trump a riflettere e trovare soluzioni alternative che vedono come realtà essi stessi e il progetto dell’Emirato, entità che si relaziona da tempo con altri Paesi dell’area. Vista la quantità e l’entità delle azioni offensive messe in atto dagli insorgenti l’argomento ha un peso non indifferente. Del resto è la stessa componente militare degli Stati Uniti ad aver ripreso, da diversi mesi, il progetto di dibattere una soluzione pacifica per quei territori. Certo vorrebbe farlo con la copertura del governo che almeno maschera l’accordo col fondamentalismo locale. Però i talebani dialoganti non desiderano mediatori, soprattutto se questi sono vecchi volponi della legge del taglione come Hekmatyar. Senza dimenticare che in famiglia i turbanti annoverano anche teste pensanti che vogliono trattare da posizioni di forza, dopo aver scacciato e umiliato i collaborazionisti locali. Un bel busillis.

Enrico Campofreda, 21 febbraio 2017

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

 




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