mercoledì 15 marzo - Riccardo Noury - Amnesty International

Iran, perseguitati gli attivisti che cercano la verità sulle esecuzioni di massa degli anni ’80

Sono passati quasi 30 anni dall’esecuzione extragiudiziale di migliaia di prigionieri politici nelle carceri iraniane, con ogni probabilità pianificata ai più alti livelli di governo, e la verità continua a essere lontana. Il 1988 fu l’anno più terribile di un decennio segnato da tanti casi del genere.

Da quando nell’agosto 2016 è stata diffusa una serie di registrazioni audio in cui alti funzionari dello stato iraniano discutono di come portare avanti quella carneficina e successivamente la difendono, la repressione nei confronti degli attivisti si è fatta ancora più pesante.

In uno degli audio si sente, tra le altre, la voce dell’ayatollah Hossein Ali Montazeri, all’epoca vice Guida suprema: “Il più grande crimine commesso nella Repubblica islamica, per il quale la storia vi condannerà, è stato commesso dalle vostre mani. La storia vi ricorderà come criminali”.

L’ayatollah Montazeri avrebbe dovuto essere il successore dell’ayatollah Khomeini ma da allora cadde in disgrazia.

Suo figlio, Ahmad Montazeri, per aver diffuso quelle registrazioni, è stato condannato lo scorso novembre a 21 anni di carcere per “diffusione di propaganda contro il sistema”, “rivelazione di piani, segreti o decisioni riguardanti la politica nazionale o la politica estera in modo tale da costituire spionaggio”. In considerazione della storia della sua famiglia, la pena è stata ridotta a sei anni e, alla fine di febbraio, è stata sospesa. C’è però sempre il rischio che venga ripristinata.

Mansoureh Behkish fa parte delle “Madri e Famiglie di Kharavan”, un’organizzazione di donne i cui mariti e parenti furono uccisi nelle stragi degli anni Ottanta. Lei stessa, in quel decennio, ha perso quattro fratelli e un cognato, oltre alla sorella. L’hanno messa sotto inchiesta per aver organizzato commemorazioni private e manifestazioni a Kharavan, una zona desertica a sud di Teheran dove venne sepolta parte delle migliaia di vittime delle repressioni di 30 anni fa. Deve rispondere di “associazione e collusione per compiere crimini contro la sicurezza nazionale” e “diffusione di propaganda contro il sistema”.

Maryam Akbari-Monfared sta scontando una condanna a 15 anni inflittale nel 2010 per vari reati, tra cui “atti ostili nei confronti di Dio”, per aver avuto contatti con familiari in esilio in Iraq, appartenenti all’Organizzazione dei Mujahedin del popolo, fuorilegge in Iran. Dal carcere di Evin, nell’ottobre 2016, ha presentato denuncia contro ignoti chiedendo che venisse aperta un’indagine sui massacri degli anni Ottanta e per sapere dove furono sepolti suo fratello e sua sorella. La sua richiesta è stata ignorata e da allora le sono state negate le cure mediche per l’artrite reumatoide di cui soffre.

Infine, Raheleh Rahemipour è stata condannata all’inizio del 2017 a un anno di carcere per “propaganda contro il sistema”: aveva rilasciato interviste e firmato appelli per chiedere verità e giustizia per le migliaia di vittime dei massacri delle prigioni, tra cui suo fratello Hossein e la figlia di quest’ultimo, nata in carcere e da lì prelevata a 15 giorni di vita senza che se ne sia saputo più nulla. Raheleh Rahemipour attende a piede libero l’esito dell’appello contro la condanna.




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