mercoledì 3 maggio - Enrico Campofreda

Iran, l’attesa presidenziale

TEHERAN - La realtà e le ipotesi s’inseguono, viaggiano a metà strada fra rumors e desideri. Così in questi giorni nella Teheran del tran-tran lavorativo - fra il corposo traffico di cinque milioni di vetture sguinzagliate a tutte le ore sui boulevard che sezionano la metropoli come meridiani e paralleli d’un mappamondo, accanto a una crescente presenza turistica, itinerante poi verso le più attrattive perle dell’Islam selgiuchide e safavide - le prossime elezioni presidenziali possono apparire al tempo stesso strategiche e scontate. Inutili e speranzose.

Modi di pensare e sensazioni, ovviamente variano fra i tanti soggetti e, in molti casi, le opinioni popolari non sposano il punto di vista dei politologi. Una delle notizie che la gente mormora è quanto resti da vivere ad Ali Khamenei. Pensiero nient’affatto nuovo per l’oggi settantottenne Giuda Suprema, data per spacciata già nel 2006, che invece ha aggiunto undici anni (e che anni con la doppia presidenza di Ahmadinejad) al controllo sulla vita politica del Paese. Certo il tumore alla prostata, fu operato nel 2014, ha peggiorato condizioni di salute non buone, però l’ayatollah di Mashad è rimasto al suo posto e ha anche proseguito apparizioni e discorsi pubblici, ribaditi alla vigilia dell’avvìo di queste presidenziali.

Ovviamente i detrattori del velayat-e faqih, augurano al Paese la dipartita fisica dell’ayatollah, sperando soprattutto di veder tramontare il sistema clericale. E non è detto che costoro siano solo i nostalgici dei tempi andati, che pure non mancano, oppure i giovani (e le ragazze) che sotto l’hijab, sopportato più che portato, guardano all’Occidente non solo come possibile riferimento politico, come faceva una parte di quella che fu l’Onda Verde, bensì per moda e curiosità. Soggetti politici della capitale, che pur nella sua importanza non è tutto l’Iran, rivolti a un concreto pragmatismo sono divisi fra i riformisti pragmatici, tuttora speranzosi in Rohani, e i potenti conservatori del partito dei Pasdaran, nuovamente stretti attorno a Qalibaf. Costoro sul tema della conservazione della ‘supervisione del giureconsulto’ possono scambiarsi i ruolo. I riformisti di ieri seguaci di Khatami e gli odierni epigoni sostenitori di Rohani perpetuano la vicinanza ai chierici, differentemente da quei Guardiani della Rivoluzione laici cui stava e sta stretto il potere clericale. Quest’ultima tendenza, comparsa anni addietro e censurata dagli ayatollah più tradizionalisti e da Khamenei in persona, non è stata affatto cancellata.

E tornando alla congettura della possibile morte prematura della Guida, ecco che sulle attuali elezioni, sui nomi dei candidati in corsa, sull’enigma di chi prevarrà, s’aggira l’incognita di chi potrebbe ricoprire quell’incarico strategico voluto da Khomeini e rimasto finora indelebile e prestigiosissimo, visto che conferisce molto ma molto di più potere di qualsiasi presidenza. Giorni addietro la tivù di Stato ha trasmesso il primo di tre dibattiti pubblici fra i sei candidati che il 19 maggio si sottoporranno a giudizio dell’urna. Sono il presidente uscente Rohani, lo sfidante del 2013 Qalibaf, tuttora sindaco della capitale, l’ayatollah Raisi, custode del sacro santuario Imam Reza di Mashad, l’ex vicepresidente (con Rafsanjani e Khatami) Jahangiri, e due outsider: Hashemi-Taba e Mirsalim. Secondo i commentatori la prima manche è andata bene a Qalibaf e Jahangiri, mentre Rohani con la sua sorridente compostezza ha arrancato. Anche a causa dei pesanti attacchi rivoltigli dal sindaco di Teheran che gli rinfacciava incoerenza e promesse non mantenute, fra cui un programma sociale con quattro milioni (sic) di posti di lavoro che non si sono visti. Nel rigettare l’accusa il presidente non ha perso l’aplomb, ma ha picchiato duro anch’egli quando ha affermato di “non aver mai espresso le cifre riportate dal bugiardo Qalibaf”.

Così la composta educazione del nuovo corso ritrova tono aspri come nel decenni politico precedente. In effetti quella promessa sul lavoro risultava impegnativa per una nazione sottoposta a sanzioni che non riesce neppure oggi, dopo quindici mesi dalla caduta delle restrizioni, a fare passi concreti per l’occupazione dei tantissimi giovani che sperano in un futuro migliore. E chi un lavoro ce l’ha, come Bahram, 34 anni e incarichi tecnici nel settore metallurgico, che vede la propria azienda in partnership con la ThyssenKrupp, a fine mese mastica amaro poiché guadagna 1/5 di ciò che riscuote un suo collega tedesco a Essen. Bahram voterà Rohani, perché guarda il presente e spera di conservarlo e migliorarlo in futuro, almeno dal punto di vista salariale. Seppure non come accadrebbe se lavorasse nel bacino della Ruhr. Un sogno irrealizzabile? “In assoluto, no - risponde - ma per andare lì dovrei ricevere una chiamata personale dall’azienda partner e non posso sperare tanto: perché dovrebbero scegliere proprio me? E poi se il miracolo accadesse la mia azienda e l’amministrazione statale dovrebbero concedermi permessi per l’espatrio”. Il tema è un’incognita con cui i cittadini, nei vari ruoli, devono fare i conti, se è vero che ottenere un visto di studio, come ci racconta Sara che dovrebbe recarsi in Francia a giugno, l’attesa è di tre mesi e la preziosa ‘visa’ non è ancora nelle sue mani.

Enrico Campofreda, 2 maggio 2017

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it




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