mercoledì 17 maggio - Giuseppe Aragno

Invalsi e sanzioni. Un appello alla responsabilità dell’educazione alla libertà

Sono passati due anni da quel 5 Maggio di ribellione in cui 650.000 docenti, studenti e lavoratori della Scuola pubblica scesero in piazza per difendere la dignità e il proprio ruolo educativo. Ignorando la loro totale avversità, il governo Renzi ha varato una riforma che riduce a merce un diritto inalienabile e stravolge la funzione della Scuola nata dalle norme della Costituzione, pochi mesi fa salvata da un sussulto popolare. 


Rientrata la protesta, complici le confederazioni sindacali, i docenti vanno subendo gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica “legalizzata” dalla 107 e però inaccettabile, perché calpesta principi deontologici inderogabili e preordina i destini di studenti e studentesse.

Le prove INVALSI costituiscono l’alfa e l’omega del processo di mercificazione dell’istruzione e di asservimento della Scuola a interessi estranei ai processi educativi: “a monte”, infatti, fanno tabula rasa delle opzioni didattiche e programmatiche dei docenti, sopprimendo la libertà di insegnamento (art. 33 Cost.); “a valle”, invece, creano classifiche di studenti, docenti e istituti, sulla base di indici per nulla “oggettivi” senza riguardo per le specificità territoriali, contestuali e individuali.

Invise tanto agli studenti, che vedono spesso pregiudicata la loro carriera scolastica da un rilevamento istantaneo e arbitrario, quanto ai docenti, costretti ad “addestrare” alla risoluzione dei test, queste asfittiche e costose prove vengono imposte con minacce e intimidazioni da dirigenti, dotati di nuovi poteri coercitivi. Salvo rare eccezioni, questi ultimi vantano inesistenti benefìci dei test, ripudiati perfino dai loro inventori, o parlano di prassi “ormai” consuetudinaria.

La consuetudine però non può surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche e la reiterazione di comportamenti o di pratiche non ne configura la liceità o la bontà. La Scuola non può accogliere uno strumento che non ha contribuito ad elaborare, né subire la logica ricattatoria di istituzioni che fanno della rinuncia alla libertà di insegnamento e apprendimento la condizione per l’erogazione dei fondi dovuti.

Come docenti (i presidi sono ex colleghi!), sappiamo che ci sono margini ineliminabili di soggettività nella valutazione, che è un processo relazionale e ricorsivo, non meccanico e sincronico. Come docenti, pretendiamo di rendere i giovani indipendenti e critici, nel giudizio e nel pensiero. E’ la nostra precipua funzione. 

Ci chiediamo come si possa cadere nel paradosso di punire gli studenti perché rifiutano di essere conformisti. Ci chiediamo che stima gli alunni possano avere di noi, quando ci vedano proni alla violenza di chi manda in classe un valutatore esterno e concorrenziale, che li marchia per venderli sul Mercato. Ci chiediamo che idea si possano fare di noi come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta leggerezza e pavidità all’essenza del nostro lavoro, alla passione per l’insegnamento inteso come atto creativo e alla collegialità democratica, che ne è, al contempo, presupposto e riflesso. 

Vogliamo denunciarlo alla società civile: l’INVALSI non è strumento tecnico, ma sistema di controllo sociale generato dall’ideologia neoliberista. I suoi teorici e i politici al loro servizio ripetono ossessivamente che la Scuola deve “prendere atto” di cambiamenti presentati come il portato di una volontà metafisica, e che sono, invece, frutto di scelte economico-politiche regressive e congiunturali. 

Noi sosteniamo che la Scuola non debba prendere atto, ma prendere posizione su quanto la coinvolge e vuole travolgerla. Ci rivolgiamo all’Università, alla Scuola, ai precari, demansionati e costretti a trasferirsi; ci rivolgiamo ai genitori, agli studenti, a quanti il 4 dicembre hanno difeso la Costituzione: chiediamo di sottoscrivere questo documento, per innescare un processo di critica radicale alla didattica per quiz e all’impianto classista della “Buona Scuola”. 

In questo desolante panorama politico, che fa della crisi economica l’alibi per azzerare diritti e partecipazione democratica, abbiamo un’enorme responsabilità: quella di resistere a chi vuole esautorarci agli occhi delle generazioni che crescono, per dealfabetizzarle, ingannarle e sfruttarle. Eluderla, sarebbe un’inespiabile colpa. 
 

Promotori
Coord. Precari Scuola Napoli; Docenti in lotta contro la L. 107; Cobas Scuola Napoli
(Per adesione: giuseppearagno@libero.it)

Firmatari
Velio Abati; Liceo Rosmini, Grosseto; Agostini Ilaria, ricercatrice, urbanistica, Università di Bologna; Giuseppe Aragno, Storico, Napoli ; Piero Bevilacqua, prof, emerito di Storia, Università “la Sapienza”, Roma; Alessandro Bianchi, Dipartimento di Informatica, Università di Bari; Vittorio Boarini, Pier Paolo Bontempelli, Letteratura tedesca, università “D’Annunzio”, Chieti; Alberto Bongini, Liceo Rosmini, Grosseto; Alessandro Casiccia , Sociologo, Università di Torino; Augusto Cerri, docente a riposo, Giurisprudenza; Università “la Sapienza”, Roma; Amalia Collisani, prof. Ordinario Musicologia, Università di Palermo; Danilo Corradi, Liceo classico e linguistico Frascati; Lidia Decandia, prof. Associata Urbanistica, Università di Sassari; Tiziana Drago, ricercatore confermato, Università di Bari; Paolo Favilli, Storia Contemporanea: Università di Genova; Alfonso Gambardella, Dirigente Scolastico in pensione; Mari Pia Guermandi, Università di Pavia; Laura Marchetti, Università di Foggia; Luisa Marchini, Università di di Foggia; Ignazio Masulli, storico, Università di Bologna; Ugo Maria Olivieri, prof. Associato, Letteratura italiana, Università Federico II, Napoli; Francesco Santopalo. Agronomo; Enzo Scandurra, Architettura, Sviluppo Urbanistico sostenibile, Università “la Sapienza”, Roma; Nicola Siciliani De Cumis, Pedagogia; Lucinia Speciale prof. Associato, Storia dell’Arte Medievale, Università del Salento; Francesco Trane, architetto; Luigi Vavalà, liceo classico “De Sanctis” di Trani; Claudia Villani, Storia Contemporanea, Università di Bari; Alberto Zigari, Urbanista, Firenze

 




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