sabato 18 marzo - Riccardo Noury - Amnesty International

Immigrazione | Accordo Ue-Turchia, “una macchia sulla coscienza collettiva dell’Europa”

Nel giorno del primo anniversario dell’accordo tra Unione europea e Turchia, firmato il 18 marzo 2016 ed entrato in vigore due giorni dopo, Amnesty International ha parlato di “una vergognosa macchia sulla coscienza collettiva dell’Europa”, che ha causato la sofferenza di migliaia di migranti e rifugiati.

L’accordo, finalizzato al rinvio dei richiedenti asilo in Turchia e fondato sulla premessa che la Turchia sia un paese sicuro per loro, non ha raggiunto gli obiettivi che si era dato ma ha lasciato migliaia di persone in condizioni squallide e insalubri sulle isole della Grecia.

Il 18 marzo dello scorso anno è stato, secondo l’organizzazione per i diritti umani che negli ultimi 12 mesi ha più volte chiesto l’annullamento dell’accordo, “un giorno nero nella storia della protezione dei rifugiati: un giorno in cui i leader europei hanno cercato di svincolarsi dai loro obblighi internazionali, incuranti del costo che ciò avrebbe comportato in termini di miseria umana”.

Da quel giorno, le isole greche di fronte alla Turchia sono state trasformate in campi di sosta e le coste europee da luogo di rifugio sono diventate luogo di pericolo. A un anno di distanza, migliaia di persone restano lì dove sono arrivate, bloccate in un limbo rischioso, disperato e apparentemente senza fine.

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Nella maggior parte dei casi, i richiedenti asilo non possono lasciare le isole greche. Sono fermi in luoghi sovraffollati e squallidi e a volte subiscono crimini d’odio. A Lesbo cinque rifugiati, tra cui un bambino, sono morti in circostanze fortemente legate a questa situazione.

Sebbene i leader europei continuino a fingere che la Turchia è un paese sicuro (ignorando le denunce di rimpatri illegali in zone di guerra), finora i tribunali greci hanno bloccato il ritorno dei richiedenti asilo siriani in Turchia. Tuttavia, alcuni richiedenti asilo provenienti dalla Siria sono stati rinviati con la forza in Turchia in violazione del diritto internazionale, senza neanche avere accesso alla procedura d’asilo e senza poter contestare la decisione. Altri hanno fatto ritorno “volontariamente” in Turchia a causa delle misere condizioni in cui si trovavano sulle isole greche.

Entro la fine del mese il massimo organo della giustizia amministrativa greca prenderà una decisione sul caso di un richiedente asilo siriano di 21 anni, detenuto illegalmente ormai da sei mesi, dopo che la sua richiesta d’asilo era stata giudicata inammissibile in quanto il tribunale di primo grado aveva ritenuto la Turchia “paese terzo sicuro”. A seconda della sentenza del tribunale, attesa entro la fine di marzo, potrà essere immediatamente rimandato in Turchia. Il verdetto potrebbe costituire un precedente e aprire le porte a ulteriori rinvii.

Invece di cercare di rimandare richiedenti asilo e rifugiati in Turchia, dove non ricevono effettiva protezione, Amnesty International ritiene che l’Unione europea dovrebbe collaborare con le autorità greche per trasferire urgentemente i richiedenti asilo sulla terraferma ed esaminare i loro casi. I governi europei dovrebbero metter loro a disposizione posti per la ricollocazione o ulteriori percorsi legali e sicuri per raggiungere altri paesi europei, ad esempio attraverso visti umanitari o riunificazioni familiari.

Ma non è a questo che l’Unione europea sta pensando. Nonostante il suo palese fallimento e le evidenti violazioni del diritto internazionale, l’accordo con la Turchia viene spesso citato come un modello da replicare in accordi con altri paesi. E questa valutazione positiva tradisce il vero intento dell’accordo: niente a che fare con la protezione dei rifugiati e tutto a che fare col proposito di tenerli fuori dall’Europa.

La Turchia, questa Turchia che non è un paese sicuro neanche per i suoi cittadini, all’Unione europea serve eccome.




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