venerdì 10 marzo - Leandro Malatesta

"Il padre d’Italia", intervista al regista Fabio Mollo

Parlare di cinema è un esercizio stimolante data la materia multiforme con la quale ci si trova a fare i conti, questa componente inafferrabile è capace al tempo stesso di generare stimoli e di farsi finestra sul contemporaneo.

Accade così anche per il film “Il padre d'Italia”, ultimo lavoro del regista Fabio Mollo (data di uscita nelle sale cinematografiche il 09 Marzo 2017 distribuito da Good Films).

La pellicola racconta la storia di Paolo e Mia e del loro incontro.

Paolo (interpretato da Luca Marinelli) è un trentenne che vive e lavora a Torino caratterizzato da un'indole fortemente chiusa ed introversa.

Vive ed accetta la propria omosessualità in modo consapevole anche se alcune istanze come quella del desiderio di paternità non soddisfatto lo spingono ad interrogarsi a fondo. Proprio la difficoltà del protagonista nel riuscire a formare un nucleo familiare è da ricercarsi come una delle cause che hanno portato alla rottura traumatica della lunga relazione amorosa tra Paolo stesso ed il proprio partner Mario.

Sarà l'incontro casuale con Mia (Isabella Ragonese), dirompente e problematica coetanea al sesto mese di gravidanza, a sconvolgere l'intera esistenza dell'uomo.

La volontà di riaccompagnare a casa la donna, porterà i due protagonisti ad intraprendere un viaggio lungo l'Italia con la conseguenza di ritrovarsi ad attraversare il nostro paese e contemporaneamente ad esplorare il proprio desiderio di vivere.

La partenza presa come l'emblema di una ricerca del proprio posto nel mondo. Il viatico lungo la nostra penisola letto quale prospettiva immanente della realtà, coessenzialità tra l'interiorità e l'esteriorità delle nostre esistenze.

Le tematiche della pellicola rispondono alle caratteristiche di urgenza e attualità che il regista calabrese ha saputo fin dagli esordi rendere centrali nella propria opera.

Fabio Mollo servendosi delle immagini, cattura non solo il nostro sguardo immediato ma l'attenzione completa su ciò che siamo sia come individui sia come collettività con uno sguardo che ha i tratti di un intimismo profondo.

Egli sa essere architetto del presente muovendosi a proprio agio nella realtà che lo circonda senza fuggire al confronto con essa.

I personaggi che ci ha raccontato (sia ne “Il sud è niente” che in “Vincenzo da Crosia”) sono figure che utilizzando parole evangeliche potrebbero essere definiti come individui che sono“nel mondo ma non del mondo”.

Va anche ricordato che i suoi precedenti lavori hanno ottenuto, rispettivamente: “Il sud è niente” (suo lungometraggio di finzione d'esordio) la selezione al 64° Festival di Berlino e al 38° Toronto International Film Festival mentre “Vincenzo da Crosia” ha ricevuto la Menzione Speciale del premio Avanti al 33° Torino Film Festival ed è entrato nella finale dei migliori documentari ai Nastri d'Argento 2016.

“Il padre d'Italia” arriva quindi in un momento importante e per la densità della narrazione si candida ad essere un film capace di sorprendere.

Vorrei quindi proseguire il racconto della pellicola attraverso l'intervista concessami proprio da Fabio Mollo:

Come prima cosa vorrei sapere da quale urgenza narrativa sia nata la storia raccontata nel tuo ultimo film?

L'urgenza è quella di voler contribuire al racconto di una generazione, la mia nello specifico, un po' in bilico tra l'euforia e la disgrazia. Una generazione precaria sia professionalmente parlando che emotivamente ma che prova comunque ad immaginarsi un futuro e lo immagina brillante forse anche oltre le aspettative reali. Ecco mi piace definire “Il padre d'Italia” un film sul futuro.”

 

Nel tuo precedente lavoro “Il sud è niente” presentavi prevalentemente una determinata zona (il sud appunto) mentre con “Il padre d'Italia” è chiara invece fin dal titolo l'idea di abbracciare, per così dire, l'intera nazione. Quanto il modello del paese Italia può essere paradigma per il racconto di storie individuali e viceversa?

Più che altro volevo che questo viaggio attraversasse l'Italia in quanto i protagonisti percorrendo il territorio provassero a raccontarlo tutto; l'Italia ma anche la mia generazione senza differenze tra Nord e Sud parlando così in modo trasversale. Essendo io molto legato al territorio e al suo racconto per me è normale questo tipo di narrazione. Anche se l'approccio “on the road” è più una metafora della storia raccontata che il viaggio stesso e questo era importante per il tipo di lavoro che intendevo fare; tra l'altro il racconto dell'Italia nel film non avviene solo attraverso i luoghi ma passa come detto attraverso le persone. I due protagonisti Paolo e Mia sono in questo senso degli esempi. Due figure che per quanto singolari ed estreme rappresentano l'emblema di due persone che si differenziano da ciò che è comune.”

 

In che modo è arrivata la scelta di Luca Marinelli ed Isabella Ragonese quali attori protagonisti?

La scelta è nata per la grande ammirazione che ho nei loro confronti; Luca (Marinelli) ho avuto modo di conoscerlo qualche anno addietro durante il Festival di Berlino dato che egli era venuto a vedere la proiezione de “Il sud è niente”, Isabella (Ragonese) invece la seguivo dai tempi di “Nuovo Mondo”. Adoro ciò che rappresentano come attori, sono due attori bravissimi e sono stato estremamente fortunato ad incontrare il loro interesse nei confronti di questa mia storia.”

 

Dopo il successo de “Il sud è niente” hai diretto il sorprendente “Vincenzo da Crosia” dove hai abbandonato lo stile della fiction per sposare quello del documentario. Ora per il tuo ultimo film ritorni al racconto di finzione. Volevo chiederti se e quali difficoltà avevi riscontrato nel passaggio da un genere all'altro? E quanto secondo te per raccontare un presente frammentato e complesso come quello attuale possa essere un vantaggio che i confini tra le due tipologie di racconto siano oggi meno marcati rispetto al passato.

Diciamo che il mezzo è logicamente diverso (finzione/documentario) e nascendo io come regista di finzione ovviamente sono entrato in punta di piedi nel mondo documentaristico provando a trattarlo come fiction in quanto mondo a me più conosciuto. Ad esempio anche nei confronti del lavoro che ho svolto con il backstage di Sorrentino (nel 2016 Fabio Mollo ha lavorato al seguito di Paolo Sorrentino sul set di “The young Pope” realizzando il behind the scenes ed un documentario dal titolo “The Young Pope – A Tale of Filmmaking”) ho avuto un approccio più da documentario che da backstage. Devo dire davvero che il documentario mi affascina molto e al contrario provo ed ho provato a contaminare la finzione proprio con elementi del documentario come accaduto nel “Sud è niente” e come mi piacerebbe continuare a fare in futuro”.

 

Infine per concludere questo mio articolo/intervista vorrei prendere a prestito le parole di Mark Twain: Il viaggiare è fatale ai pregiudizi, ai bigottismi e alle menti ristrette”.




Lasciare un commento