lunedì 1 maggio - Riccardo Noury - Amnesty International

IRAN, ricercatore a rischio pena di morte:“Aiutatemi a riavere indietro mio marito”

Ospitiamo un intervento di Vida Mehrannia, la moglie del ricercatore Ahmadreza Djalali arrestato in Iran il 25 aprile 2016 e che rischia la pena di morte per l’assurda accusa di spionaggio.

“Chiunque conosca Ahmadreza sa che è una persona dolce e appassionata che ama la gente. È un medico coscienzioso che dedica tutto se stesso alla salute e al benessere degli altri. In tutti questi anni mi ha sempre sostenuta ed è stato un meraviglioso padre per i nostri figli.

Quando lo hanno arrestato, è stato uno shock. L’ho saputo quattro giorni dopo dai suoi parenti in Iran. Pensavo che si trattasse di un errore e che lo avrebbero rilasciato. È trascorso un mese senza che ci sentissimo e quando mi ha chiamata la telefonata è durata solo due minuti. Avvertivo che era sotto una forte pressione psicologica.

Nei primi mesi ero sconvolta, piangevo in continuazione. Non dormivo più e non riuscivo neanche a prendermi cura dei nostri due figli.

Anche adesso che è passato un anno non riesco ad accettare di essere separata da mio marito. Penso a lui ogni istante del giorno e trascorro ogni momento in attesa del suo ritorno.

Mio figlio ha cinque anni e pensa che suo padre sia andato in Iran per lavoro. Continua a chiedermi quando tornerà a casa. Quando è arrabbiato, si rannicchia in un angolo e chiede di suo padre. La figlia maggiore, che ha 14 anni, ha sempre avuto un rapporto stretto con Ahmadreza. Fino allo scorso anno la portava a scuola tutte le mattine. Il giorno del suo compleanno era devastata dal fatto che non ci fosse suo padre. Le ho detto che è in prigione ed è tanto preoccupata per lui.

L’arresto di Ahmadreza è dovuto alle manie di grandezza del ministro dell’Intelligence. Il lavoro di Ahmadreza come esperto di medicina dei disastri, i suoi studi e le sue docenze in Europa e la sua residenza in Svezia sono stati presi come pretesto per accusarlo di essere una spia e di agire contro la sicurezza nazionale dell’Iran. Tutte frottole fabbricate dall’apparato di sicurezza iraniano.

Per sette mesi dal giorno dell’arresto, Ahmadreza non ha potuto incontrare un avvocato. Poi ne ha avuti tre ma nessuno di loro ha potuto avere accesso al fascicolo. Adesso deve trovarne un altro oppure sarà costretto a essere difeso da un avvocato d’ufficio.

Lo scorso dicembre, dopo che lo avevano minacciato di condannarlo a morte se non avesse ‘confessato’ di essere una spia al servizio di un ‘governo ostile’, Ahmadreza ha iniziato lo sciopero della fame. Mentre lui digiunava, io non riuscivo a mangiare. Avevo paura che si sentisse male. Mia figlia era terrorizzata da quanto avrebbe potuto accadergli.

Lo sciopero della fame è durato tre mesi e ha avuto gravi conseguenze per la sua salute. Ha perso 29 chili e sono sorti problemi di circolazione e ai reni. Ha avuto perdite di sangue interne. Ha sviluppato l’osteomalacia, cioè le sue ossa sono diventate fragili e ora ha problemi ai piedi, alle gambe e alle ginocchia.

Ho scritto alla Guida suprema, al presidente e al ministro degli Affari esteri dell’Iran, chiedendo loro di rilasciare mio marito ma nessuno mi ha risposto. Ho chiesto aiuto al governo svedese, al Parlamento europeo e alle organizzazioni per i diritti umani.

Alcuni rappresentanti di governi europei hanno chiesto che Ahmadreza sia rilasciato: il primo ministro della Svezia, i ministri degli Affari esteri di Belgio e Italia, il presidente del Parlamento europeo e l’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e le politiche di sicurezza.

I colleghi delle università europee dove mio marito ha studiato e insegnato – il Karolinska Institute in Svezia, l’Università degli studi del Piemonte orientale in Italia e la Vrije Universiteit del Belgio – non hanno esitato un solo attimo per sostenere Ahmadreza in tutti i modi possibili ma abbiamo bisogno di maggiore aiuto e di tante altre persone che aderiscano alla nostra campagna.”




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