martedì 28 febbraio - Marina Serafini

Giochi non convenzionali

Di recente m'interesso di ciò che passa sotto il nome di "marketing non convenzionale": modalità pubblicitarie sviluppate dopo gli anni 70, che agiscono sulle persone a livello profondo, attraverso tecniche manipolatorie discretamente invadenti.

La pubblicità oggi non presenta più "il prodotto", non ne espone le caratteristiche allo scopo di incuriosire, informare, far apprezzare e indirizzare alla scelta - e quindi all'acquisto.

Oggi ci vengono presentate emozioni che potrebbero essere connesse a quel prodotto o servizio.

Emozioni sapientemente ricercate e affiancate a certi nomi, a profumi e oggetti ... Proprio perché estrapolate dalle reazioni che ci provocano determinati stimoli.

Ormai le grandi marche si affidano a consulenti evoluti, che si servono di informazioni ricavate dalle neuroscienze, supportati da sofisticati strumenti medici come la risonanza magnetica, la tac, la scansione cerebrale.

 

Vengono condotti esperimenti complessi che mettono persone comuni nella condizione di attraversare percorsi sensoriali: vengono allestiti set di studio con aree appositamente attrezzate per poter osservare - anche chimicamente - come le nostre cellule e il nostro cervello reagiscono a certi imput. Così vengono propinati odori, indotte fantasie, suggeriti nomi, sollecitati ricordi....

 Cavie e laboratori.

 Dietro gli spot - belli, patinati, simpatici o inquietanti - c'è questo: cavie e laboratori. Strumenti di indagine, analisti, e "creativi": equipe di persone collazionano diligentemente dati in modo da raggiungere obbiettivi definiti.

Non si tratta più di vendere un prodotto, ma di creare un innamoramento verso la tale marca, di accendere e mantenere vivo un senso di appartenenza e fedeltà così radicale da rendere il destinatario a sua volta un informatore, anzi, un promotore: un canale vivo, esistente, di pubblicità.

 Il passaparola è un canale potente, tra i più utili ai fini della persuasione, perché arriva attraverso le labbra di una persona amica, che conosciamo, di cui ci fidiamo.

L'amico è garante di onestà, di correttezza, è colui che pone il sigillo sulla dichiarazione di buona e onesta reputazione.

I pubblicitari questo lo sanno bene.  

Ecco quindi che il mondo degli sponsor finisce nei social in modo capillare e infido, distribuendo le sue spore attraverso la viralità.

Lindstrom, uno dei più famosi brand producer a livello mondiale, racconta in prima persona un esperimento da lui messo in atto: in un suo interessantissimo libro scrive di aver assoldato una famiglia di attori e di averli mandati a vivere per un po’ in un quartiere americano, con l'obbiettivo finale di spingere vicini e amici ad appassionarsi e ad acquistare i prodotti di alcuni marchi. 

L'esperimento è super riuscito, tanto che le vittime inconsapevoli, finalmente informate dei fatti, non si sono affatto infastidite: per loro andava bene così perché di quelle persone si fidavano. 

Ma un altro potente mezzo persuasivo - ce lo confessa sempre Lindstrom, e lo dimostra con chiarissimi e comunissimi esempi presi dalla vita quotidiana (anche la nostra) - é quello di far leva su emozioni terribili come quelle della paura e del senso di colpa, fino ad utilizzare la vergogna che da esse consegue.

La paura inibisce la lucidità di pensiero, portando gli attori ad accettare suggerimenti che vengono dall'esterno; la vergogna e il senso di colpa orientano i comportamenti con un senso di urgenza imprescindibile: comportamenti che non risultano da reali e naturali istanze personali, ma che rispondono a dettami esterni, imposti (dalle leggi morali, dell'educazione, dalla religione..): nel buio della notte è piuttosto facile scambiare una lucciola per lanterna! 

E così spot, manifesti e jingle sfruttano la nostra paura di non essere all'altezza, di rimanere soli, di non essere abbastanza belli, o sani, di non saper essere abbastanza protettivi con i nostri figli... E ci spingono all'azione... A quella specifica azione che ci stanno subdolamente imponendo (compra quel prodotto, utilizza quel servizio...)

Lo scarso esercizio della capacità critica porta a subire quella che Heidegger definiva "la dittatura della pubblicità": il "si dice", "si fa"... E se lo fanno tutti lo faccio anch'io, sennò poi resto fuori e sono solo".

Legiones: anonimo sì, ma (falsamente) rassicurante.

Questo però non é tutto: gli scaltrissimi sirenici canti indirizzano verso un comune sentire proprio attraverso lo studio della umana distinta particolarità.

 I dati evinti dalle profilazioni digitali vengono ormai integrati con le indagini eseguite sul campo: i "creativi" vivono per lunghi periodi con le persone che devono indurre ad una certa abitudine, le osservano, vi interagiscono. 

Ne sanno di più, e possono finalmente costruire il sogno giusto, quello adatto alla tipologia di persone in esame - di consumatore, anzi, di consumatore-futuropromotore.

Il film che viene da qui propinato, quello che la vittima inconsapevole si trova ad interpretare, non rappresenta né suggerisce reali istanze o suggerimenti utili di azione, quanto piuttosto una realtà virtuale (nel senso di falsa) verso cui tendere, in grado di soddisfare realmente solo l'esigenza di spendibilità dei marchi in questione. 

Ne conseguono azioni illusorie, deviate, spesso non utili. 

Viviamo in un mondo costruito, vediamo scenari molto spesso alterati, siamo parte spesso inconsapevole di pieces di successo, i cui incassi girano molto lontano dalle nostre tasche.

Attori inconsapevoli sotto la direzione di registi invisibili. 

Allora sforziamoci di ricordare che le rappresentazioni ci spingono a fare, e che

dietro quelle immagini (lo spot, il cartellone, il filmato) operano strategie ben studiate per orientare le azioni di chi le subisce.

Le rappresentazioni sono sogni: dinamiche filmiche che espongono situazioni, emozioni, cambiamenti, aspirazioni, pericoli... Che suggeriscono soluzioni.

Esistono sogni indotti e trasmessi attraverso canali esterni - come il marketing di ultima generazione - e sogni personali che nascono da noi, frutto di coordinate, problematiche e situazioni personali (rappresentazioni oniriche, flash, lapsus ecc).

Dietro quelle immagini - e le sensazioni che suscitano in noi - si cela un algoritmo, una strategia di azione finalizzata al conseguimento degli obiettivi del regista: che sia esterno (il brand) o interno (noi stessi).

Dobbiamo solo scegliere se realizzare, a loro vantaggio, gli scopi di altri, o se dedicarci a noi stessi, osservando e rendendo concreto nel fare il nostro modo di essere. 

 

NB:

Esempi pratici a questo link

 

 

 




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