martedì 10 gennaio - Fabio Della Pergola

Geopolitica: dai massimi sistemi alla svolta di Beppe Grillo

Non è una novità.

Il mescolamento tra elementi e temi di estrema destra e di estrema sinistra hanno partorito già negli anni ’20 del Novecento una tendenza rosso-bruna o, per meglio dire, Nazibolscevica.

Il secolo breve (chiamato così perché iniziato, secondo l’autore del neologismo, lo storico Eric Hobsbawm, con la deflagrazione della prima guerra mondiale nel 1914 e finito con il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991) ha poi visto l’esclusione di questo strano ibrido dal panorama politico internazionale.

La sinistra si è così identificata con l’area rossa (socialista o comunista) e la destra con quella nera (fascista o nazista), facendo piazza pulita di quest’ambito eterogeneo quanto ambiguo.

Ma il ventaglio ideologico era in realtà tripartito già da tempo: tra le due ideologie totalitarie defunte (una nel '45, l'altra nell'89), a uscire vincente dal confronto è stato il liberalismo fondato sul parlamentarismo democratico, sullo stato di diritto, liberista in economia, materialista quanto basta e sostanzialmente individualista.

Riferendosi all’estensione su scala europea della razionalizzazione del diritto - e quindi alla fine delle grandi utopie novecentesche - il filosofo franco-russo Alexandre Kojève aveva parlato di “fine della storia”, concetto poi ripreso da Francis Fukuyama - ce lo ricorda Donatella Di Cesare su La Lettura - che lo ha interpretato «come una vittoria definitiva dell’Occidente liberale».

Ma l'attualità degli ultimi anni di pensiero unico ha visto il riemergere in parallelo di chi tenta faticosamente una revisione del marxismo storico (in particolare nei suoi contenuti antropologici) e di chi, sulla sponda opposta, propone, sulla scia del nazibolscevismo, la “Quarta Teoria Politica” di Alexandr Dugin che si vanta di essere oltre i cadaveri dei due totalitarismi, ma anche oltre il pensiero vittorioso.

L'opposizione al sistema, all’imperialismo americano, all’Occidente capitalista, alle regole impersonali dettate dall’economia finanziaria globale trova così entusiasti sostenitori a sinistra, a destra, ma anche - forse soprattutto - nell'oltrismo dei nuovi rossobruni, ben descritti da «una celebre frase dell'ideologo Alain De Benoist [il fondatore della Nuova Destra]: si ispirano alla "sinistra del lavoro e alla destra dei valori"». 

Ma se i valori sono di destra questo “oltrismo”, che riscuote un certo successo nei movimenti antisistema di tutte le democrazie occidentali, sfiancati dalla contrapposizione postbellica ripetuta, in modo astratto, dal Sessantotto, non è altro che la riproposizione in altre vesti di un ritorno al passato più remoto.

La “lotta al sistema” diventa così il ritorno allo statu quo ante, in contrapposizione a quello attuale. Una riedizione, mutatis mutandis, del Congresso di Vienna che tentò - in preda a pura demenza politica - di tornare allo stato precedente la Rivoluzione dell’89 semplicemente ricollocando sui troni europei i discendenti delle antiche casate.

In linea con questa evoluzione/involuzione del pensiero politico, il campione di questa confusa massa alternativa sembra essere lo zar di tutte le Russie, Vladimir Vladimirovic Putin.

Un uomo che ha una visione della geopolitica e del ruolo della Russia fondata sui richiami simbolici della "terza Roma" e della tradizionale Grande Madre Russia, recuperando e riproponendo tematiche storiche proprie dello zarismo e della Chiesa greco-ortodossa. Con un'aggiunta - in parte - anche di elementi del comunismo sovietico.

Putin suscita entusiasmi da una estremità e dall’altra del variegato spettro politico-giornalistico in nome di anticapitalismo, antiamericanismo, antiatlantismo e, giocoforza, di antieuropeismo: il coro dei sostenitori senza macchia e senza paura va da Giulietto Chiesa, complottista per eccellenza, direttore di pandoratv, fondatore di megachip, voce immancabile di Sputnik (ex La Voce della Russia) ossia del sistema propagandistico ufficiale del governo russo, al sito della Casaleggio & Associati Tzetze; da Maurizio Blondet, esponente del tradizionalismo cattolico preconciliare ultrareazionario (oltre che oggetto di pesanti accuse di antisemitismo) fino a Claudio Mutti, ex neofascista di Ordine Nuovo ora direttore del centro studi Eurasia dalle spiccate simpatie filorusse e filoislamiche.

E ancora, nelle seconde linee, da Sebastiano Caputo, ex redattore del foglio nazimaoista Rinascita ed ora direttore de L’Intellettuale dissidente che all’interno di temi cari al ribellismo anarcoide (vedi i suoi Circoli Proudhon) veicola le classiche argomentazioni della destra sociale, al blog Aurora di Alex Lattanzio, ex di Rifondazione Comunista ed ora redattore della rivista Eurasia del già citato islamista nero Claudio Mutti.

E si potrebbe continuare, ad esempio citando fonti sotto sotto onnipresenti come The Moon of Alabama, rilanciato da Russia Insider, o The Rebel - Home of the Global Resistance, dalla più che dubbia origine. 

Curiosamente la verità dei media mainstream è contestata da tutte queste voci talvolta rosse o nere e più spesso rossonere (o anche a cinquestelle), in nome di una presunta capacità di svelamento della vera verità occultata dal potere. In realtà quella che si sente è solo l’altra campana del mainstream, quella di origine russa, niente di più. Sulla cui attività, fra l'altro, sarebbe opportuno avere qualche dubbio.

Le simpatie del mainstream filorusso vanno dunque all’antioccidentalismo putiniano e alla proposta filosofico-strategica elaborata da Alexandr Dugin, presentata come rivoluzionaria. Ma si tratta, più semplicemente, di una rivoluzione reazionaria in salsa ortodossa, ostile al processo di unificazione europea e quindi cara agli ultranazionalisti e agli euroscettici di casa nostra.

In nome dell'euroscetticismo del M5S fino ad oggi sia il Tzetze della Casaleggio che L’Antidiplomatico fondato e diretto da Alessandro Bianchi, vicino ad Alessandro Di Battista, hanno funzionato - al pari di tanti altri periodici, blog e siti web di geopolitica - come cassa di risonanza del punto di vista putiniano all'interno dell'ambiente a Cinquestelle.

Ma ieri Beppe Grillo ha lasciato tutti a bocca aperta - i suoi seguaci in primis - con l’improvvisa virata di 180 gradi, dall’adesione al gruppo EFDD insieme all’antieuropeista Ukip di Nigel Farage - uno che, guardacaso, "ammira Vladimir Putin" - all'adesione (sottoposta al giudizio "della rete" e rapidamente approvata) al Partito dell'Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l'Europa (ALDE), cioè al gruppo più europeista del Parlamento europeo.

Nonostante la clamorosa sportellata ricevuta in pieno viso con il secco rifiuto dell'ALDE - la strategia politica non si improvvisa dopotutto - ci sarà modo di capire se il tentativo rappresenta una vera svolta del Movimento Cinquestelle, di notevole significato sia per il suo posizionamento internazionale, sia per una valutazione del movimento da parte dell'elettorato in vista delle prossime elezioni.

Per capirlo basterà osservare le considerazioni sulla politica russa che emergeranno da qui in avanti nei siti che si ispirano a Grillo.




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