mercoledì 12 luglio - Riccardo Noury - Amnesty International

Genocidio di Srebrenica, perché va chiamato col suo nome

Diritti umani | Srebrenica è la pagina più nera e dolorosa della storia europea della seconda metà del XX secolo.

In questo villaggio della Bosnia, via via popolatosi di profughi fuggiti altre zone “serbizzate” del paese, l’11 luglio di 22 anni fa iniziò il genocidio più veloce della storia: in meno di una settimana oltre 10.000 bosniaci musulmani uccisi dalle forze serbo-bosniache agli ordini del generale Ratko Mladić e via via sepolti in fosse comuni.

Il tutto, sotto gli occhi dei caschi blu olandesi del cui comportamento i Paesi Bassi sono stati recentemente chiamati a rispondere in sede civile.

Quello di Srebrenica è stato definito “genocidio” da due sentenze definitive del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia: la prima risale addirittura al 2004, l’altra è del 2015. In più, il genocidio di Srebrenica è espressamente menzionato nella sentenza della Corte internazionale di giustizia Bosnia ed Erzegovina contro Serbia e Montenegro del 2007.

Di genocidio è stato giudicato colpevole in primo grado, nel marzo 2016, il leader politico serbo-bosniaco Radovan Karadžić ed è imputato lo stesso Ratko Mladić, il cui processo terminerà entro la fine dell’anno.

Dunque, definire genocidio quanto accaduto a Srebrenica nel luglio 1995 è giuridicamente esatto.

Chiamarlo in qualsiasi altro modo (massacro, strage…) è un esercizio politico di riduzionismo che a volte sconfina nel negazionismo puro e semplice.

Un’offesa alla memoria delle vittime e un’offesa al dolore dei loro parenti e dei sopravvissuti.




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