mercoledì 15 marzo - Pressenza - International Press Agency

Flat Tax | Perché ovremmo chiamarla “forfait tax” e perché è iniqua

Anzitutto è sbagliata la definizione: non si tratta di una “flat tax”, ma di una “forfait tax”.
Ci riferiamo all’imposta sostitutiva – per l’ammontare di 100mila euro annui – che il sistema tributario italiano prevede per i cittadini stranieri che decidano di trasferire la residenza fiscale in Italia relativamente ai redditi prodotti all’estero.

di Rocco Artifoni

Infatti, la “flat tax” è un’imposta applicata al reddito in modo proporzionale, diversamente dal criterio di progressività che comporta l’aumento della percentuale delle aliquote fiscali con l’incremento del reddito imponibile. Invece, la misura fiscale introdotta dall’ultima legge di stabilità con la finalità di attrarre in Italia persone molto ricche, andrebbe definita più correttamente come una “forfait tax”, poiché stabilisce un importo fisso da pagare indipendentemente dal reddito.

Di conseguenza, non è progressiva e nemmeno proporzionale, ma palesemente regressiva: più alto è il reddito e più bassa di fatto diventa l’aliquota. Infatti, se una persona producesse un reddito di 200mila euro, pagando un’imposta di 100 mila, l’aliquota reale sarebbe del 50%. Se però il reddito imponibile fosse di 1 milione di euro, pagando la medesima imposta fissa di 100mila euro, l’aliquota effettiva scenderebbe al 10%. In altre parole, più si è ricchi, meno si paga, attuando una progressività a rovescio, in palese contrasto con la Costituzione vigente in Italia.


A rendere ancora più iniquo il provvedimento è il forfait aggiuntivo previsto per i familiari di coloro che volessero usufruire di questa imposta, poiché ad essi si applicherebbe uno sconto del 75%, dovendo pagare soltanto un importo fisso di 25mila euro. Così facendo si accentua ulteriormente la logica della regressività dell’imposta: più sono i componenti ricchi in una famiglia, meno verrebbero tassati pro-capite. Infatti, un ricco da solo pagherebbe 100mila euro, mentre una famiglia ricca composta da 5 persone verserebbe in totale soltanto 200mila euro, cioè in media 40mila euro a testa. Sarebbe l’unico caso di una eccessiva agevolazione per le famiglie numerose.

Certamente va notato che tutto ciò riguarda soltanto i redditi prodotti all’estero attraverso patrimoni detenuti all’estero, mentre per i redditi prodotti in Italia valgono le disposizioni fiscali previste per ogni altro cittadino italiano. Ciò nondimeno con l’introduzione della “forfait tax” si crea una discriminazione tra cittadini italiani e cittadini stranieri, a favore di questi ultimi, il che pare eccessivo anche per una Costituzione come la nostra che riconosce i diritti dello straniero.
L’art. 53 della Carta costituzionale sancisce il principio che “tutti i cittadini sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Quel “tutti” non fa differenze tra italiani e stranieri, e tanto meno ciò può valere tra cittadini da tempo residenti in Italia e nuovi residenti. Se il concorso alle spese pubbliche si fonda sulla capacità contributiva, la “forfait tax” agisce evidentemente in direzione opposta, applicando un’imposta che ignora totalmente l’effettiva capacità per la parte relativa ai redditi prodotti all’estero.

In definitiva la “forfait tax” si pone in tendenziale contrasto con l’art. 53 della Costituzione, perché di fatto viola il principio di eguaglianza tra i cittadini sancito dall’art. 3 e pone persino una parziale deroga al dovere di solidarietà economica stabilito dall’art. 2. A ben vedere l’idea di una tassa forfetaria sui redditi di alcuni privilegiati, mette anche in discussione il fondamento della “res pubblica”, cioè il lavoro, che deve concorrere al progresso della società, come stabilito negli artt. 1 e 4 dei principi fondamentali.

Al di là delle considerazioni di carattere costituzionale, si pone anche un altro problema nel rapporto tra Italia ed Europa. Spesso sono stati criticati quei Paesi dell’Unione europea che offrono condizioni fiscali vantaggiose per attirare investitori esteri (Irlanda, Lussemburgo, Olanda, ecc.) o che hanno istituito sistemi di tassazione simili a quella introdotta dall’Italia (Gran Bretagna, Malta, Spagna, Portogallo, ecc.). è evidente che questa “gara” tra chi offre imposte più limitate, favorisce di fatto chi è più ricco e si sposta seguendo le migliori offerte sul mercato. Non solo: questo gioco al ribasso crea una concorrenza sleale con chi decide di continuare a pagare le imposte nel proprio Paese. Ovviamente a perderci sono soprattutto i cittadini europei meno abbienti, perché il sistema fiscale complessivo avrà meno risorse a disposizione. Di conseguenza, diventa sempre più urgente e necessaria la realizzazione di un sistema fiscale europeo , per evitare iniquità ed elusione di imposte. La scelta italiana di scendere nella competizione tra chi offre imposte più attrattive non va sicuramente nella direzione di un fisco europeo più equo e giusto.




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