lunedì 27 marzo - Aldo Funicelli

Fausto e Iaio – La speranza muore a diciotto anni, di Daniele Biacchessi

Nel 1978, Milano è una città di frontiera. Carica uomini, merci, idee dal sud del mondo e la trasferisce in Europa, nella grandi metropoli del nord. Borsa, affari, traffici, legali e illegali.È così da sempre, anche in quell'anno. Milano è il luogo dove i soldi sono un mezzo per comprare la felicità, non certo i valori. Frontiere che si snodano all'interno della città.
Non c'è filo spinato, nessuno chiede un documento d'identità, la cortina di ferro prooprio non esiste, nemmeno i cavalli di Frisia.Sono i binari della ferrovia, quelli che dalla stazione Centrale portano a Lambrate.Un groviglio di traversine, e ponti, e sottopassaggi, quasi inestricabile.Ma nel 1978, per noi ragazzi dei quartieri, era una frontiera.Da una parte le potevi scorgere quelle ville, con dentro parcheggiata la macchina sportiva rossa, difese da cancelli già telecomandati a distanza.Ci viveva gente arricchita da un benessere fittizio, foortuna create in poco tempo, magari sulla schina di chi non riusciva neppure a comprarsi un televisore in bianco e nero.Duecento metri.Non di più.[..] Dall'altra parte le case erano scrostate, sui balconcini c'erano cianfrusaglie, vecchie biciclette arruginite dal tempo. Ci vvivevano per lo più operai delle grandi industrie di Sesto San Giovanni, gente che anni prima aveva attraversato l'Italia dal sud al nord per un pezzo di pane.
 
Ci sono duecento metri a separare questi due mondi. Due mondi, quartieri diversi dove eri catalogato per come ti vestivi, per quali giornali avevi in tasca, per il taglio dei capelli. Se avevi gli stivaletti a punta, gli occhiali a goccia, il soprabito grigio, i capelli corti.
Oppure se indossavi le clark, l'eskimo, se leggevi Lotta Continua o l'Unità e avevi i capelli lunghi.
Come Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci. Fausto e Iaio.
Due ragazzi del quartiere Casoretto, due come tanti, che in una sera del 18 marzo 1978, mentre attraversavano quelle strade tra i quartieri di centro e periferia, furono uccisi da un commando di killer professionisti.
 
La storia di Fausto e Iaio è diventata così un pezzo della storia di Milano, sicuramente un pezzo importante della storia milanese dei quegli anni difficili, di lotta, di passione e di sangue.
Volevano uccidere due ragazzi, quei killer professionisti in via Mancinelli, venuti probabilmente da fuori. Non hanno ucciso la memoria e non hanno ucciso il loro ricordo che hanno dopo anno si tiene vivo, grazie ai ricordi dei loro amici, dei genitori, degli storici e dei giornalisti come Daniele Biacchessi, che hanno seguito la loro vicenda. Un ricordo che è anche compito nostro tenere vivo, anche se non abbiamo conosciuto le loro passioni e le loro speranze: perché usando le parole dell'intellettuale Matvejevic, “bisogna voltare pagina [..] Prima di voltarla, però, bisogna leggerla”.
 
 
I funerali di Fausto e Iaio (e l'enorme folla di sindacati, lavoratori, studenti, amici ...).
 
Leggiamola, questa pagina della nostra storia.
 
Siamo nel 1978, l'anno maledetto (o che noi ricordiamo come maledetto): l'anno del rapimento di Aldo Moro (due giorni prima della morte di Fausto e Iaio, un caso?) e dell'omicidio degli agenti e carabinieri della sua scorta. Aldo Moro fu poi ucciso al termine dei 55 giorni di prigionia, dalle Brigate Rosse.
Ma è anche l'anno della morte di un giovane ragazzo siciliano, Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio, proprio lo stesso giorno in cui il cadavere di Moro viene fatto trovare in via Caetani.
Strano il destino a volte.
Il presidente della DC, fautore della politica delle convergenze parallele tra i due grandi partiti di massa, ucciso dopo un rapimento e una prigionia che ancora oggi sollevano tanti dubbi.
Una storia piena di depistaggi, amnesie, verità ufficiali che fanno acqua da tutte le parti.
 
Destino comune a quello di Peppino, che dalla sua radio denunciava apertamente la mafia, il boss Gaetano Badalamenti. Ucciso lungo i binari della ferrovia dopo un agguato: delitto fatto passare (con complicità anche dentro chi nell'arma, doveva investigare sul delitto). Per anni si è detto e scritto che Peppino fosse morto mentre preparava un attentato, fino a che le rivelazioni del boss Badalamenti, pentito, non gli hanno reso giustizia.
 
Ecco, Fauto e Iaio ancora la devono aspettare quella giustizia.
Per quei due ragazzi appena diciottenni, uno schivo e timido, l'altro ridente e solare, nemmeno una sentenza che dica perché sono stati uccisi.
Ma, come per le storie raccontate prima, tante false piste, disseminate per sparigliare le carte, tante piste non seguite, tanti particolari cui gli investigatori non hanno dato peso.
I pedinamenti che, da mesi, i due avevano notato. Una moto e una Mini Minor. I due ragazzi col soprabito bianco, visti sul luogo dell'agguato, che parlavano con un accento romano.
Quella ragazza venuta a chiedere informazioni su Fausto, nel suo stabile, presentatasi come una sua amica.
A fare una vera indagine, più che la Questura, è stata la Controinformazione, i “pistaroli” come venivano chiamati in quegli anni i giornalisti che non si fermavano alla versione ufficiale.
Giornalisti come Camilla Cederna, come Giorgio Bocca, come Marco Nozza. O come Mauro Brutto, giornalista de l'Unità.
Sono i giornalisti che per primi avevano tirato fuori le responsabilità dello Stato nella strage di Piazza Fontana. Che avevano fatto le prime indagini sulla mafia di Liggio al nord.
Mauro Brutto, in particolare, aveva seguito una pista particolare, sulla morte dei due ragazzi del Casoretto: stava lavorando sul connubio tra trafficanti di eroina, fascisti milanesi e romani, apparati dello Stato.
A Danila, la mamma di Fausto, aveva detto che la verità di Fausto e Iaio non era poi così chiara come qualcuno voleva farla apparire.
Non erano morti, come disse il capo di Gabinetto della Questura, per una storia di spaccio o per una faida da dentro il mondo degli spacciatori.
 
Fauto Tinelli e Lorenzo Iannelli, avevano collaborato alla scrittura di un un libro bianco sullo spaccio della droga a Milano. Per cercare di capire chi fossero gli spacciatori e chi i grandi trafficanti che avevano in mano le redini del traffico.
Mauro Brutto non ha fatto in tempo a finire il suo lavoro: è stato investito da un auto pirata il 25 novembre 1978. Un altro di quegli strani incidenti che ogni tanto capitano alle persone che fanno domande che non si devono fare.
Il libro bianco uscì, però, anche se con qualche pagina in meno, senza i nomi degli spacciatori con forti legami internazionali, di bande in contatto con narcotrafficanti sudamericani ed europei.
Altri misteri che si aggiungono.
 
Ma, oltre a misteri, piste non seguite e depistaggi, c'è anche altro. C'è la pista nera, quella che porta al mondo del neofascismo milanese e dei suoi contatti con quello romano.
La prima inchiesta, condotta dal magistrato Armando Spataro, punta già su alcuni nomi, ma porta a ben poco.
Maggiore fortuna ebbe, a fine anni '80, l'inchiesta del giudice Michele Salvini,che si avvale delle testimonianze dei pentiti della destra fascista.
Testimonianze da prendere con le pinze, certo, quelle di Angelo Izzo, Walter Sordi, Valerio Fioravanti.
Ma che concordano tutte nel dire che quell'omicidio era cosa nota a tutti che era roba loro. E che ad uccidere i due ragazzi erano implicati (presumibilmente) gente come Massimo Carminati e Mario Corsi.
 
Massimo Carminati ora lo sappiamo tutti chi sia: è la persona che, nelle intercettazioni dell'inchiesta mafia capitale (per cui è stato arrestato) parla del “mondo di mezzo” di persone in contatto tra la politica e la criminalità, per affari sporchi (il business dell'accoglienza dei migranti).
Nel libro Daniele Biacchessi racconta chi fosse stato, Carminati, tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80: la cerniera tra la Banda della Magliana (la holding criminale a servizio di mafia, Loggia P2..) la loggia P2 e i servizi deviati (nel Sismi).
Se una persona come Carminati si muove da Roma a Milano per fare un delitto come questo, significa che dietro ci sono questioni ben più importanti dello spaccio.
 
Forse c'entra qualcosa il fatto che i due ragazzi stavano seguendo una pista sul traffico di droga nel quartiere che portava a Ettore Cichellero, esponente del“Noto Servizio”, che nell'inchiesta veniva definito come uno dei padrini del narcotraffico (si legga quanto scritto in proposito da Aldo Giannuli nel libro “Il noto servizio”).
 
Noto Servizio, Brigate Rosse, servizi deviati e rapimento Moro: è questa la pista molto suggestiva che sembra venir fuori, mettendo assieme ipotesi, supposizioni secondo una pista che abbia una logica.
Fausto Tinelli abitava in via Monte Nevoso 9, il suo letto era proprio sotto la finestra di fronte allo stabile al numero 8. Via Monte Nevoso 8 è dove, nell'ottobre del 1978 prima e nel 1990 poi, è stato ritrovato il memoriale di Aldo Moro (e la madre di Fausto racconta anche della mansarda del loro stabile affittata a carabinieri e a uomini dei servizi, in quei mesi, per osservare i brigatisti).
Era un covo delle Brigate Rosse (per un approfondimento “Doveva morire” di Sandro Provvisionato).
 
Forse un caso. Come forse un altro caso è il fatto che le stesse BR, nel comunicato numero due, avessero citato proprio Fausto e Iaio
Onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime”.
 
Cos'è stato quell'omicidio, allora? Un messaggio (da parte di qualche componente dello stato) alle Br, per far loro comprendere che qualcuno sapeva dove fossero le basi dell'organizzazione ed era disposto a ricorrere a forme di contro-terrorismo di tipo argentino?
E, di conseguenza, il comunicato numero due, era un “messaggio ricevuto”?
 
E per questo che sono morti questi due ragazzi, uccisi da killer professionisti una sera di marzo di tanti anni fa? Perché avevano visto cose che non dovevano vedere? Perché stavano arrivando a persone che non dovevano essere scoperte?
Uccisi in nome di quella ragione di Stato per cui è stato sacrificato anche il presidente Moro?
Di questo è convinta la madre di Fausto Tinelli, che in una intervista al Corriere dice esplicitamente «Fausto e Iaio uccisi dai servizi segreti». Danila non è mai stata interrogata (nemmeno dal GUP Clementina Forleo, l'ultimo magistrato ad occuparsi del caso)
Vengono in mente le parole di Corrado Guerzoni, collaboratore di Aldo Moro, la sua teoria dei cerchi concentrici, sulle responsabilità politiche nelle stragi e nei misteri d'Italia:
 
Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare.
Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così.
Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.
Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?
Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.
Poi succede quello che deve succedere.
Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.
Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].
Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.
E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.

Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così.Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.Poi succede quello che deve succedere.Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.
 
La scheda del libro sul sito di Baldini e Castoldi.
Il sito dell'autore Daniele Biacchessi (che aveva già raccontato ne “Il paese della vergogna” la storia di Fausto e Iaio).

 

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon



Lasciare un commento