venerdì 10 marzo - Marina Serafini

Faccia di clown

Attraversavo a passo veloce l'arietta frizzante del mattino, godendomi quella bella luce che solo il primissimo sole primaverile sa restituire. L'occhio è caduto sul muro che si avvicinava, veloce, al mio viso. Un poster, un pò strappato e un pò logorato dalle intemperie, ha pizzicato la mia mente, attraverso la semplicità apparente dell'immagine che riportava.

Tanto che mi sono detta: voglio scriverci su qualche cosa.

Ho preso il mio smartphone, una ditata al display, ho inquadrato e immortalato quell'immagine, rimandando ad un altro momento l'esplorazione di quanto mi si veniva a raccogliere nei pensieri.

Un muro sporco in una città vecchia, in un quartiere periferico: rumori del traffico e l'odore dei gas di scarico delle auto. Vicino, l'insegna di un bar e tre tavolini di plastica dal colore rosso vivo. Qualche persona seduta davanti ai caffè, sigarette tra le dita: un normalissimo lunedì mattina, mentre il suono dei tacchi larghi sulla strada accompagnava la mia corsa.

E poi quel cartello. Un fermo immagine.

Nessun rumore, solo quella testa di orribile clown che emerge da sotto la maschera umana di chi la indossa. 

Un brivido.

Nemmeno faccio caso allo slogan scritto più in basso, che polemizza con alcune iniziative del governo.

Un clown: continuo a vederlo anche dopo, mentre corpi di ogni misura mi si poggiano contro, in quel vagone che scorre nei sotterranei della città in cui lavoro.

Mi soffermo sui particolari: cos'é che inquieta del volto di un clown? E' una figura inventata, nota per il buon umore che dispensa tra la gente - anche se a me ha sempre trasmesso tristezza, sin da quando ero bambina. 

Il gioco forzato non mi ha mai affascinato, la simpatia a tutti i costi, le finte disgrazie, i movimenti goffi, quei vestiti enormi... Troppo teatrale, troppo alterato... Che piacere può dare una cosa così?

Il volto di un clown é dipinto di bianco, reca lineamenti ingranditi, ed espressioni forzate.

Un trucco pesante, sotto ogni punto di vista.

Le labbra enormi e rosse, visibilmente dipinte sul volto; gli occhi cerchiati, che sembrano essere enormi, e quella pallina orrenda posizionata sulla punta del naso.

Un clown è una finzione totale, costruita per intrattenere e distrarre, ma lo fa in modo grottesco, perché, intanto, fa mostra di quel paradosso che gli é sostanziale.

Eccolo: è questo ciò che m’inquieta.

Mi spiego: non si tratta qui di un pupazzo costruito in modo da apparire simpatico e buffo; qui abbiamo un uomo reale, in carne ed ossa, mascherato da pupazzo che vuol essere simpatico e divertente.

Abbiamo un uomo che deve fare il pupazzo, e per farlo esibisce un sorriso smodato, visibilmente fasullo, dipinto su un volto che ha perso - pur continuando a mostrarla - la sua natura reale.

Il rigidismo forzato di espressioni ostentate, dipinte, incorniciate da variopinti capelli posticci su dei modi estranianti si scontra con quanto sappiamo degli esseri umani: variabilità di umori e di gesti. 

Una marionetta, quindi, rappresentata da chi, per natura, marionetta non é. 

L'obbiettivo: mentire e distrarre, perché il tempo di chi assiste allo show trascorra tranquillo, senza che alcuno sollevi pretese o faccia alcunché.

Il manifesto di cui in apertura ostentava l'inganno, mostrandone la natura potente nel suo più inquietante backstage: un uomo ci mostra il suo viso, che é un viso da clown. Il sorriso che invade la parte inferiore del volto, l'espressione ferina degli occhi, opportunamente camuffati in un trucco espansivo. 

Ma in fondo ci mostra di più: chi fa mostra di sé nella verità di una natura violata, rivela in essa il suo modo: la faccia di clown é quanto rimane evidente sotto alla maschera prima ch'egli sta togliendo dal viso: la sua mano, nel gesto di espellere una copertura fasulla dal volto, sta togliendo ciò che ha le fattezze di un volto umano.

Il messaggio é glaciale: la mia natura non é quella che vedi, il mio essere "umano" è soltanto finzione, che inganna e tradisce la reale natura di chi mi crede per tale. Sotto la reale finzione - la prima maschera, quella dalle umane fattezze - soggiorna la vera realtà: anch'essa una maschera, ma dallo scopo ufficialmente ben noto - questa sì, riconoscibile.

Non abbiamo quindi davanti né un uomo né un burattino: abbiamo davanti l'inganno assoluto, che agisce nelle sembianze di un uomo, ma come un pupazzo, messo su per distrarre e illuderere quelli che invece, sono esseri umani. 

Un pupazzo che prima, per sua natura, era un uomo.

L'operazione esibita di colui che toglie la maschera rivela pertanto una ulteriore finzione, perché, alla fin fine, sempre una maschera resta, il cui ghigno beffardo guarda verso di noi.

Un gioco perverso cui molti individui si cimentano in pieno: mi burlo di te, ma rimango io stesso costretto dietro una faccia di clown.

Sempre, poi, che si avveda di starla indossando...




Lasciare un commento