giovedì 29 giugno - Pressenza - International Press Agency

Ettore Masina si è spento: un altro vuoto incolmabile

Ettore Masina, giornalista, uomo politico e scrittore, fondatore di Rete Radié Resh, la rete di solidarietà attiva con il popolo palestinese ma anche con popoli dell’Africa e dell’America Latina, ci ha lasciati. Il popolo palestinese perde un grande amico e il mondo, tutto, perde l’uomo che ha mostrato con coerenza e coraggio la possibilità di fondere comunismo e cristianesimo, impegno politico e sociale, puntando sempre sul rispetto dei diritti umani e della propria dignità professionale.

di Patrizia Cecconi

Aveva quasi novant’anni ed ancora, all’occasione, diceva di essere profondamente innamorato di sua moglie, Clotilde. Chi ha conosciuto Clotilde, psicoterapeuta di professione e accompagnatrice per scelta di suo marito, non ha motivo di dubitarne.

Ettore Masina lasciò gli studi di medicina e iniziò molto giovane a lavorare per “Il Giorno” che lo incaricò di seguire il Concilio Vaticano II. Furono i suoi ottimi reportages come vaticanista a farlo assumere in Rai come consulente religioso. Ma Masina era anche un caparbio “catto-comunista” che per le sue posizioni essere stato seriamente ostacolato da due dei tre direttori del TG con cui lavorò tanto da averne la carriera stroncata. Ma di questo Masina ne parlava con una certa fierezza: essere ostacolato per le sue posizioni politiche “di parte”, gli permetteva di affermare che in realtà lui di parte lo era, in quanto stava dalla parte degli oppressi ed era convintamente tanto comunista che cattolico.

Il suo viaggio in Palestina nel 1964 diede una svolta alla sua vita. In Palestina viveva il suo amico Paul Gauthier, prete operaio che lo invitava ad andare lì per capire cosa significasse calarsi in mezzo alla povertà in cui viveva il popolo palestinese. Masina non sapeva molto della situazione e andò per la prima volta al seguito di Paolo VI il quale, peraltro, fu il primo papa a visitare la Palestina scegliendo di non pronunciare mai la parola Israele. Paolo VI decise anche di entrare da Amman piuttosto che da Tel Aviv e questo, nella simbologia diplomatica, rappresentava una chiara condanna verso lo Stato di Israele.

Fu in quell’occasione che Ettore Masina incontrò, insieme alla povertà di massa, l’ingiustizia e la sopraffazione israeliane mascherate da autodifesa e ciò segnò per sempre il suo impegno contro le falsità della narrazione israeliana; fu lì che incontrò una bambina che si chiamava Radié Resh e che morì di freddo dopo che Israele aveva demolito la sua casa.

Masina raccontava che la bambina si era ammalata di polmonite perché non aveva più un tetto sotto cui ripararsi né cibi e cure adeguate per superare la malattia. Chi conosce la Palestina nei mesi invernali sa cosa significhi quel gelo terribile anche dentro le mura di una casa, figurarsi tra i cartoni e le lamiere di un tugurio come quello in cui morirono (e ancora ogni anno muoiono) di stenti, di malattie e di assideramento tanti palestinesi rimasti senza la protezione di una casa degna di questo nome.

Quando Masina la incontrò, la piccola Radié Resh ormai era all’ultimo stadio della sua malattia e, nel delirio dovuto alla febbre altissima, immaginava di essere nella nuova casa promessa dalle istituzioni internazionali e di pulirne i vetri. Il suo ultimo sogno era una casa con le finestre!

Aveva gli occhi lucidi Ettore Masina quando raccontava questa storia, ma poco dopo, seguitando il racconto, il suo viso s’induriva ricordando che dopo il suo ritorno in “Terra santa” con una delegazione parlamentare rappresentativa di tutto l’arco costituzionale, tutti i delegati, di qualunque partito, tornarono talmente scossi da quanto avevano visto da ritenere opportuno convocare ufficialmente una conferenza stampa in Parlamento per affrontare il problema, almeno dal punto di vista umanitario.

Ma quando si parla di Palestina anche l’aspetto umanitario assume una connotazione politica, e questo lo sapeva e tuttora lo sa molto bene anche Israele, così come lo sanno i suoi sostenitori.

Masina, quindi, proseguiva il suo racconto dicendo che i giornalisti accreditati in Parlamento all’epoca erano 135 e di questi non se ne presentarono né un quarto, né un decimo. Non si presentò nessuno! La longa manus israeliana aveva fatto le sue mosse: davanti al crimine che era semplicemente parte di una precisa strategia, era meglio il silenzio mediatico. Poi sarebbe arrivata la narrazione addomesticata e infine l’opinione pubblica si sarebbe conformata a quanto narrato e in qualche anno il progetto israeliano si sarebbe compiuto con la “comprensione” e il consenso della stessa opinione pubblica internazionale “ben diretta”.

I giornalisti televisivi, così come quelli delle testate più significative, volendo far carriera, avrebbero imparato ad autocensurarsi e non ci sarebbe stato bisogno di imporre altre censure. Avrebbero svolto il loro compito di “opinion maker” in senso proprio, come previsto dalla “hasbara”. Questo successe allora. Questo ancora succede.

Masina, uomo mite per eccellenza ed aperto al dialogo per formazione e convinzione, aveva delle posizioni molto dure su questo argomento e non accettava ipotesi dubitative circa la latitanza dell’informazione. Lui era un giornalista serio e sapeva di aver pagato per le sue posizioni politiche. Quando raccontava di questa esperienza aggiungeva di aver ben pensato, nel lontano 1964, quando decise di fondare un’organizzazione libera che potesse dar voce alle ragioni degli oppressi affinché si conoscesse la verità, tanto i media mainstream avrebbero seguitato a dar voce alla narrazione della parte dominante, ovvero dell’oppressore.

Fu così che decise di costituire, con sua moglie e Paul Gauthier, la rete intestata alla bambina morta sognando di pulire i vetri di una casa promessa e mai avuta.

Le nostre condoglianze a sua moglie, a tutta la sua famiglia e a quella parte di mondo rimasta orfana di un “catto-comunista” coraggioso e sensibile che lascia un ricordo tanto profondo quanto lo è il vuoto dovuto alla sua scomparsa.




Lasciare un commento