venerdì 10 febbraio - Aldo Giannuli

Elezioni si o no?

Sino ad una settimana fa, il dado sembrava tratto: elezioni a giugno (se non addirittura il 30 aprile) e la campagna elettorale era già iniziata con tanto di proclami. Persino Mattarella, salvo una flebile reiterazione della richiesta dell’impossibile armonizzazione dei sistemi elettorali di Camera e Senato, sembrava arreso all’inevitabilità dello scioglimento anticipato. 

Poi, come una improvvisa gelata, sono piovuti gli altolà della Ue, di Napolitano, di Prodi, di Bersani, di Franceschini, di Calenda, della Confindustria, di Forza Italia nella Commissione affari costituzionali e Renzi si è trovato circondato nel partito e fuori ed ha iniziato a vacillare.

Infatti ha proposto le primarie, ma non ha escluso il congresso –che presuppone lo slittamento delle elezioni essendo impensabile che possa svolgersi in un mese o poco più-. E, senza la determinazione di Renzi, lo scioglimento non è più possibile.

Determinante è stato l’intervento di Napolitano, una volta di più rappresentante degli interessi della finanza europea e della tecnocrazia della Ue contro quelli italiani. Nessun ex Presidente ha mai goduto di una perdurante influenza come nel caso di Napolitano. Neppure Cossiga (anche lui assai loquace) ha mai avuto tanto peso dopo il suo mandato.

Perché Napolitano continua, nonostante l’avanzatissima età, a contare tanto? Il fatto è che ha alle spalle tutto un mondo internazionale (ed europeo in particolare) di banche, di apparati tecnocratici, di lobby e di logge che pesano non in voti ma in potere. Infatti, non è un caso che, in perfetta convergenza con lui, è arrivato il Niet della Ue che ha strapazzato Padoan. A questo mondo Renzi non serve più e lo hanno scaricato.

La prima cosa che interessa raggiungere è fare fuori il M5s, non solo impedendo che conquisti la maggioranza dei seggi parlamentari (e questo non è difficile da ottenere perché il M5s non otterrà il 40%), ma che esso non conquisti neppure la maggioranza insieme alla Lega in una coalizione “populista”, neanche sulla carta. E non deve neppure conquistare la maggioranza relativa, che comporterebbe il primo incarico per formare il governo. Deve essere respinto nella marginalità.

Poi occorre liberarsi di Renzi, un po’ perché sta troppo antipatico agli italiani, un po’ perché si è montato troppo la testa e si è rivelato un esecutore poco docile, poi perché rappresenta quel mondo toscano di paese con le sue loggette provinciali così poco amate dalle logge più importanti. Ma anche perchè il Pd ormai è un aggregato gasiso che serve a poco e bisogna pensare ad uno strumento più adatto. Infine perché il disegno della riforma delle istituzioni non è affatto abbandonato, ma non lo si può riprendere con Renzi che scatenerebbe le spesse opposizioni del 4 dicembre. Serve qualcosa di più soft.

Ma queste cose non si fanno se si vota subito, serve almeno un anno di tempo, ora il duello sarebbe quello fra Renzi e Grillo che è proprio quello che si vuole evitare.

Ed allora andiamo al 2018? Non è detto, il momento della verità verrà con il deposito della sentenza della Corte quando, qualsiasi cosa ci sia scritto, Renzi tenterebbe l’ultimo assalto, appoggiandosi proprio alla sentenza ed al mancato accordo per una nuova legge elettorale e lì si giocherebbe lo scontro definitivo.

Tutto incerto, salvo una cosa: Napolitano si conferma il più pericoloso nemico della democrazia in questo paese. Lo ricordino anche i compagni di Sel che non ebbero il coraggio di votarne la messa in stato d’accusa.




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