sabato 21 gennaio - Fabio Barbera

Dall’Università segnali di pace: con Massimiliano Fiorucci dal Creifos per parlare di migrazioni e intercultura.

Nel cuore dell'Università Roma Tre c'è il Dipartimento di Scienze della Formazione, lì ci troviamo il professor Massimiliano Fiorucci, docente di Pedagogia sociale e interculturale e Coordinatore scientifico del Centro di Ricerca sull’Educazione Interculturale e sulla Formazione allo Sviluppo. Dai corridoi del master con lui affrontiamo questi e tanti altri argomenti in questa interessante intervista su AgoraVox Italia.

Buondì professore, benvenuto tra le pagine virtuali di AgoraVox Italia, aveva mai avuto a che fare con il citizen journalism?

Buongiorno e grazie per questa possibilità di incontro e di scambio. Non ho avuto a che fare direttamente con il citizen journalism ma mi sembra uno spazio interessante e promettente da abitare.

Parliamo del Creifos, di cosa si occupa il Centro?

Il CREIFOS (Centro di Ricerca sull’Educazione Interculturale e la Formazione allo Sviluppo), nato nel 1996 per iniziativa del prof. Francesco Susi, è una struttura presente all’interno del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre che si occupa di ricerca, formazione e intervento sui temi dell’educazione interculturale, dell’immigrazione e della pedagogia sociale. In particolare, il centro si propone di promuovere e coordinare attività di ricerca sia metodologiche che applicative nel campo dell'Educazione Interculturale e della Formazione allo Sviluppo; costruire un centro di documentazione sulle esperienze, le sperimentazioni e le ricerche in corso; realizzare procedure, tecniche e strumentazioni atte al rilevamento delle interazioni determinate dalla compresenza di culture diverse ed alla valutazione degli interventi messi in campo nell'ambito dell'Educazione Interculturale e della Formazione allo Sviluppo; promuovere iniziative interdisciplinari; stimolare attività finalizzate alla formazione di ricercatori nel campo dell'Educazione Interculturale; offrire un luogo attrezzato per approfondimenti culturali ed esperienze didattiche di settore; promuovere convegni. seminari scientifici e corsi di formazione e di aggiornamento degli insegnanti e degli operatori; diffondere gli esiti delle ricerche compiute. E ancora altro..

Qual è lo stato di salute della pace e delle democrazie nel mondo?

Si tratta di una domanda molto complessa a cui è difficile rispondere in forma sintetica. Democrazia è un termine oggi abusato che è stato utilizzato anche per giustificare forme di neocolonialismo e nuove guerre: si pensi, solo per fare un esempio, a cosa ha portato l’esportazione della democrazia con le armi.

Nel 2016 si è celebrato il centenario della pubblicazione di un libro importantissimo “Democrazia ed educazione” del filosofo e pedagogista statunitense John Dewey. Su questo argomento abbiamo organizzato come CREIFOS - in collaborazione con Proteo Fare Sapere, Edizioni Conoscenza e Società Italiana di Pedagogia - un convegno nel mese di novembre 2016 dal titolo “John Dewey e la pedagogia democratica del ‘900” a cui hanno preso parte i maggiori studiosi italiani di Dewey. Secondo l'autore una democrazia non è tale se non ha un sistema educativo che forma individui liberi e critici, e un sistema educativo adempie pienamente la sua missione solo se mette gli individui in condizione di confrontarsi, di co-costruire e implementare continuamente le regole di funzionamento della società. Con riferimento al contesto italiano a me sembra che gli spazi democratici autentici, nonostante le retoriche della partecipazione, siano oggi assai ridotti.

Ha da offrirci qualche esempio d'analisi?

Per fare un esempio, nel nostro Paese credo che tra i pochi spazi di democrazia reale vi siano le scuole e l’associazionismo nelle sue diverse forme. Si tratta di luoghi dove è possibile spiegare, ragionare, discutere, costruire ed esercitare il pensiero critico, rispettare le opinioni altrui ed esprimere le proprie senza essere aggrediti. Una vera palestra di democrazia, un luogo dove decostruire le false narrazioni e maturare opinioni proprie. Per quanto concerne la pace non mi sembra che le cose vadano meglio, sempre con riferimento all’Italia dobbiamo recuperare le grandi lezioni di figure eccezionali come Maria Montessori, Aldo Capitini, Danilo Dolci e Alexander Langer che hanno dedicato la propria vita alla costruzione della pace con la profonda consapevolezza di quanto sia decisiva l’educazione. La pace e la convivenza devono essere intenzionalmente costruite attraverso percorsi educativi dalla prima infanzia all’età adulta.

Per guerre, per necessità, per esplorazione, per riscatto o per qualsiasi altro motivo i fenomeni migratori sono inevitabili, il contesto italiano (tra migrazioni interne ed esterne) ne è esempio. Eppure, da ciò che emerge a livello politico-mediatico, sembra che lo Stivale lo abbia dimenticato, tramutando l'immigrazione da risorsa a nemico...

E’ proprio così, eppure le migrazioni rappresentano una caratteristica strutturale della società italiana. L’Italia si presenta nel sistema migratorio internazionale con una storia del tutto particolare. Le grandi migrazioni del secolo scorso e quelle in atto, infatti, hanno coinvolto e continuano a coinvolgere il nostro Paese in una triplice prospettiva: dapprima come terra di emigrazione (quasi 30 milioni di espatriati dall’Unità d’Italia ad oggi; oltre 60 milioni di oriundi italiani nel mondo e, attualmente, 4.482.115 cittadini italiani residenti all’estero iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero - AIRE al 1° gennaio 2014), successivamente come paese di immigrazione (il 1973 è l’anno in cui si è registrato, per la prima volta nella storia del paese, un lieve “saldo migratorio” positivo) e parallelamente come teatro di intensi spostamenti di popolazione interni. Attualmente l’Italia è, dunque, sia un paese di emigrazione sia un paese di immigrazione: in conseguenza di ciò appare più corretto e più coerente parlare di “migrazioni”. Tale nozione consente di non dimenticare e di non trascurare la lunga vicenda delle “migrazioni interne” che oscilla tra fasi di rimozione e momenti di centralità mediatica. Le migrazioni interne hanno avuto, invece, un ruolo chiave nella storia italiana e sono strettamente legate ai cambiamenti sia economici che culturali e socio-demografici avvenuti nel paese. Secondo lo storico Paul Ginsborg nel “ventennio 1951-71 la distribuzione geografica della popolazione italiana subì uno sconvolgimento. L’emigrazione più massiccia ebbe luogo tra il 1955 e il 1963; la tendenza migratoria si bloccò brevemente a metà degli anni ’60, ma riprese poi fortemente negli anni 1967-71. In tutto, fra il 1955 e il 1971, 9.140.000 italiani sono coinvolti in migrazioni interregionali”. Secondo Michele Colucci e Stefano Gallo, gli spostamenti di popolazione all’interno dell’Italia si configurano come una presenza strutturale in tutta la storia unitaria. “Si tratta di spostamenti che nel corso del tempo hanno assunto caratteristiche via via differenti ma che si sono presentati con alcune costanti che è opportuno richiamare, sia pure in modo estremamente sintetico.

Il lavoro, sia quello che manca che quello a cui si ambisce, rappresenta il grande motore dei movimenti territoriali: possiamo quindi leggere la maggior parte delle migrazioni interne come un’incessante e instancabile pulsione alla modifica delle proprie condizioni lavorative, intese nella loro accezione più ampia (presenza/assenza, guadagno, garanzie, durata, ambiente di lavoro, salute, possibilità di mobilità sociale ecc.). L’andamento dei ritmi produttivi, le contrazioni e le espansioni dei settori economici, le esigenze specifiche dei vari mestieri hanno scandito tempi e modalità di buona parte degli spostamenti”. Gli spostamenti a lunga percorrenza da Sud a Nord non sono diminuiti negli anni della crisi, anzi si sono confermati come un elemento consolidato nel sistema migratorio italiano. È interessante osservare come oggi i soggetti più coinvolti nei processi di migrazione interna siano proprio i migranti giunti in Italia dall’estero. “Scomponendo i dati per nazionalità viene ribadito come siano gli stranieri oggi in Italia la parte più mobile della società, quella che maggiormente modifica il luogo di vita inseguendo condizioni migliori. Diversamente dagli italiani, tuttavia, gli spostamenti riguardano distanze minori. La divaricazione dei comportamenti migratori di italiani e stranieri ha in parte a che fare con il possesso di differenti stratificazioni di esperienze di mobilità: il passato degli spostamenti interni della popolazione italiana ha lasciato uno stock di legami sociali a lunga distanza e un’attitudine a orientarsi verso il Centro-nord per trovare lavoro. Gli stranieri hanno invece una storia differente: le distanze percorse all’interno del territorio nazionale sono maggiori nella fase iniziale della permanenza in Italia per poi diminuire nel corso degli anni”.

Il Dossier Statistico Immigrazione, curato dal Centro Studi e Ricerche Idos e dall'Unar - ci offre il quadro della situazione aggiornato all'ultimo anno: nel mondo 24 persone lasciano casa ogni minuto. Sono circa 244 milioni i migranti, 3,2 milioni i richiedenti asilo, 16, 1 milioni i rifugiati; gli italiani non sono da meno: ci sono 5,2 milioni di connazionali che risiedono all'estero e ben 60 milioni di cittadini stranieri che hanno origine italiana. Il trend vede più italiani espatriare (+200.000 rispetto al 2014) che stranieri raggiungere lo Stivale (+12.000 rispetto alla precedente rilevazione). Il 21% dei minori presenti sulla penisola sono di origine migratoria, dei quali 72.000 sono nati proprio su territorio italiano. Ci spostiamo e lo faremo sempre. 

Non è più possibile, come mostrano con evidenza i dati storici e demografici di cui accennavi, trincerarsi dietro la falsa e comoda rappresentazione dell’Italia come di un paese che sarebbe impreparato ad affrontare la gestione dei fenomeni migratori poiché solo da poco a contatto diretto con essi: solo a voler considerare la questione dal punto di vista dell’immigrazione straniera in Italia sono passati comunque più di 40 anni dal suo avvio. A tale proposito va precisato che alla fine del 2013 gli stranieri residenti nel paese erano ufficialmente 4.922.085 su una popolazione complessiva di 60.782.668, ma il Centro Studi e Ricerche IDOS stima una presenza effettiva di 5.364.000 persone in posizione regolare. Le donne rappresentano il 52,7% del totale, i minori oltre 1 milione (925.569 quelli con cittadinanza non comunitaria) e 802.785 gli iscritti a scuola con cittadinanza non italiana nell’a.s. 2013/2014 (il 9,0% della popolazione scolastica complessiva). L’incidenza dei residenti stranieri sulla popolazione totale ha raggiunto, invece, l’8,1% (1 ogni 12 abitanti) e la distribuzione territoriale della popolazione straniera residente in Italia risulta essere la seguente: Nord 60,1%, Centro 25,4%, Sud 14,6%.

Grazie alla mappa delle provenienze abbiamo anche un quadro interessante sui luoghi che sono maggiormente origine di migrazione?

Esattamente, va segnalato che la maggior parte di loro proviene dall’Europa (52,8%), seguono in ordine decrescente Africa (20,9%), Asia (18,3%) e America (7,9%). L’estrema eterogeneità dei paesi di provenienza (circa 190) e l’alto numero di nazionalità rilevate sul territorio hanno portato alcuni studiosi a definire la società italiana come una sorta di “arcipelago migratorio”, in quanto sono presenti, con percentuali diverse, persone provenienti da quasi tutti i paesi del mondo. E, tuttavia, i primi cinque paesi per provenienza sono la Romania (933mila presenze), il Marocco (525mila), l’Albania (503mila), la Cina (321mila) e l’Ucraina (234mila) i cui cittadini rappresentano quasi la metà dei migranti presenti in Italia.

A breve terminerà il master in Educazione Interculturale che proprio lei ha fortemente sostenuto e sviluppato. Da lì usciranno nuovi mediatori. Qual è il loro ruolo nello sviluppo di una società sana, accogliente, inclusiva?

La mediazione interculturale è una strategia che deve essere adottata dai servizi e dalle istituzioni nel loro complesso a cui contribuiscono tutti gli operatori che sono chiamati a diventare i protagonisti delle relazioni fra le diversità presenti. Il mediatore interculturale costituisce una risorsa aggiuntiva per gestire nel miglior modo possibile le relazioni interculturali. La mediazione interculturale, in un contesto sempre più multiculturale e plurilinguistico come è quello della società italiana, si presenta quindi come una pratica innovativa utile per agevolare il processo di integrazione tra la popolazione immigrata e la società di accoglienza. Un processo d’integrazione che, tuttavia, non avviene naturalmente e casualmente ma che deve essere voluto, ricercato, progettato e intenzionalmente costruito dalle due parti della relazione: la popolazione immigrata e la società di accoglienza. In altri termini significa tenere in considerazione l’opportunità da parte dei migranti di accedere e utilizzare i servizi, le risorse e gli spazi comuni a tutti i cittadini attraverso il riconoscimento da parte del paese di accoglienza, dei bisogni e delle specificità di cui sono portatori i singoli e i gruppi di minoranza.

 

La mediazione culturale come collante sociale. Appare uno spunto interessante.

Nel corso degli ultimi anni, i servizi pubblici hanno sempre più diffusamente richiesto e impiegato al loro interno i mediatori interculturali: educatori, insegnanti, operatori sociali e sanitari, ecc. individuano in questa figura professionale una risorsa per facilitare le relazioni con le nuove utenze che si presentano nei servizi facendo riferimento a differenti sistemi culturali, valoriali, di organizzazione sociale e familiare. È nel campo delle esperienze quotidiane che tali modelli o sistemi, più o meno originalmente rielaborati da ciascun individuo, trovano il loro specifico terreno di confronto: si pensi alle modalità di relazione, alla concezione del tempo, agli usi alimentari, ai costumi religiosi, alla concezione della famiglia e all’educazione e cura dei figli, al rapporto uomo-donna, alle concezioni del corpo, della salute, della malattia, ecc. “Mediare, nel senso più ampio del termine, significa avvicinare, facilitare il contatto, includere, favorire l’interazione e lo scambio, promuovendo opportunità equivalenti nel rispetto delle diversità.” . La mediazione si presenta come un processo duplice e reciproco di decodifica della comunicazione che si realizza e si sviluppa a diversi livelli . La mediazione risulta così essere un dispositivo linguistico e culturale che riduce le “distanze”, le incomprensioni e le difficoltà tra l’utente e il servizio. Luogo di prevenzione del disagio e della conflittualità, essa si configura nella maggior parte dei casi all’interno di una relazione asimmetrica tra le parti: l’utente straniero che vive in una situazione di non contrattualità sociale e l’operatore o il servizio pubblico.

In modo estremamente schematico è possibile sintetizzare le principali caratteristiche di questa pratica come segue:

- facilita la comunicazione tra l’utenza straniera e le istituzioni, permettendo la comprensione dei rispettivi codici culturali;

- sostiene condizioni di pari accesso e diritti per le minoranze etniche;

- favorisce l’incontro, lo scambio, la contaminazione, la trasformazione di pratiche e costumi;

- sostiene l’inserimento della persone immigrate nella società di accoglienza .

Il processo di mediazione si realizza sia attraverso le politiche di integrazione messe in atto dal Governo e dagli Enti locali sia grazie alla consapevolezza interculturale di coloro che operano nei servizi sia attraverso una figura specifica: il mediatore. Mediare implica, dunque, lo “stare in mezzo” e il “condividere” il conflitto grazie alla presenza di un “terzo”, che costruisce insieme alle parti un terreno culturale e semantico di reciproca comprensione per favorire il ripristino del dialogo. Il mediatore non cerca di annullare il conflitto, ma di trasformarlo in una presa di distanza che consenta di vedere la situazione da un altro punto di vista.

 

Vanno rivisti i processi di inclusione - all'interno dei canali di socializzazione, come la scuola - tenendo presente queste nuove strategie ed evidenziando maggiormente il ruolo del mediatore culturale?

L'intervento del mediatore rientra in una strategia più ampia che ha l’obiettivo di garantire a tutte le parti il ruolo di soggetti, col diritto di difendere la propria visione del mondo e di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Aprendo i canali del dialogo, tale prospettiva permette il reciproco riconoscimento di dignità nella diversità di prospettive e di appartenenze, suscitando la libertà e la consapevolezza delle parti coinvolte. La scuola, all’interno di questa prospettiva, può svolgere un ruolo decisivo e la formazione interculturale degli insegnanti occupa un posto centrale: è solo a partire da una corretta impostazione del lavoro educativo nella scuola che si può sperare di diffondere una sempre più necessaria “cultura della convivenza”, che deve essere adeguatamente progettata e costruita. Non si tratta di un obiettivo facile: insegnanti ed educatori per primi sono chiamati a rimettere in discussione i propri paradigmi di riferimento con l’obiettivo di ridurre il tasso di etnocentrismo presente nel nostro sistema educativo. E’ necessario allora ripensare curricoli e metodologie didattiche per acquisire le competenze necessarie a “spostare il centro del mondo”. L’insegnamento tradizionale non sempre è riuscito a proporre il dialogo come strumento privilegiato nelle relazioni tra gli individui, favorendo di fatto una comunicazione a senso unico, mentre sarebbe più opportuno oggi fare ricorso a metodologie, che consentano agli studenti di sperimentare concretamente l’attività dialogica. Insieme alla scuola, tuttavia, sono chiamati a collaborare anche tutti quegli operatori (autoctoni e/o migranti) che intenzionalmente o naturalmente (in ambito educativo, sociale o sanitario) svolgono una funzione educativa di mediazione interculturale: un processo di integrazione che non sia connotato in senso assimilazionista chiede sia alle maggioranze sia alle minoranze di mettersi in discussione. La mediazione interculturale può svolgere un ruolo importante in questa direzione sia attraverso il lavoro dei mediatori culturali di professione sia attraverso la capacità dei servizi di riconfigurarsi in senso interculturale.

 

Prossime iniziative promosse dal Creifos?

Attualmente siamo alla prese con l’avvio della nuova edizione del Master in “Educazione interculturale” e siamo impegnati in molti progetti italiani ed europei su questi temi. In particolare, un progetto sulle arti come strumento di integrazione, una ricerca sulle seconde generazioni dell’immigrazione a Roma, la costituzione dell’Osservatorio in collaborazione con la rete Scuolemigranti, la pubblicazione degli atti del Convegno su Dewey e tanti altri progetti di formazione, ricerca e sensibilizzazione su questi temi decisivi.

Dove trovarvi on-line?

Sul sito del CREIFOS. Oltre alla piattaforma del Master è possibile trovare e scaricare gratuitamente molti materiali e documenti. Sono, inoltre, disponibili in un'apposita sezione gli esiti delle ricerche da noi condotte.

 

Grazie e buon lavoro.

 

Grazie a te e buon lavoro.




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