mercoledì 18 gennaio - Fabio Barbera

Chi è Xavier Dolan? Intervista alle autrici del primo libro monografico sul cineasta canadese

Sono italiane le ragazze che hanno deciso di realizzare il primo e unico trattato capace di raccontare la genialità del giovane regista Xavier Dolan: enfant prodige canadese, autore appena ventisettenne con sei film all’attivo, amato dai Festival di tutto il mondo, corteggiato da Hollywood, regista, sceneggiatore, attore, montatore, modello, doppiatore, giovane genio talmente incontenibile da meritare di essere raccontato adesso, prima che faccia storia. Ne parliamo proprio con le due autrici, Fiaba Di Martino e Laura Delle Vedove, qui nel tinello di AgoraVox Italia.

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Salve Fiaba e Laura, benvenute su AgoraVox.

Fiaba: Ciao Fabio!

Laura: Grazie ancora per averci invitate per questa bella opportunità.

Scrivere un libro su Xavier Dolan è un'intuizione, siete state le prime?

Fiaba: Sì, ti confermiamo che il nostro è il primo testo italiano dedicato a Dolan, probabilmente per via del fatto che essendo un autore giovanissimo non sembra ancora pronto per venir studiato in un saggio monografico come invece abbiamo fatto noi.

Laura: Più che un’intuizione, è stato, probabilmente, la cosa più logica che potevamo fare con tutto il materiale raccolto e prodotto nei mesi, inizialmente senza destinazione se non per il piacere di analizzare i suoi film, dopo una seconda o terza visione. Poi ci siamo dette: “Perché non salvare tutte queste conversazioni scritte e farne qualcos’altro?”.

Cosa vi ha spinto a farlo?

Fiaba: La ragione è proprio che, al contrario, riteniamo che il suo corpus cinematografico (fino a Mommy, del 2014) fosse già meritevole di un'analisi approfondita, perché già contenente un solido percorso evolutivo, di stile e contenuti.

Laura; Non sappiamo se questa prima fase produttiva nella sua carriera sia una sorta di periodo blu o un apice già raggiunto da un così giovane autore. Però un’iniziale “recap” andava certamente fatto. Magari questo è solo il primo capitolo di un lavoro più enciclopedico, chissà.

Come mai lo avete sottotitolato “Il sentimento dell'invisibile”?

Fiaba: Lo spieghiamo nel dettaglio in un capitolo del libro, ma, in poche parole, perché pensiamo che una delle migliori qualità di Xavier Dolan sia quella di riuscire a rendere visiva e tangibile l'emozione, di far emergere il sentimento dalle piccole cose, a cui la maggioranza dei film non fanno caso, le quali nella maggioranza della produzione mainstream sono relegate in secondo piano, per l'appunto invisibili.

Laura: E’ innegabile che il sentimento sia quel che gli preme più di ogni altro aspetto, accanto a quello estetico. Va da sé che proprio quest’ultimo debba mettersi al servizio di un umanesimo incontrastato. Mostrare ogni moto che sta sotto la pelle, sotto l’invisibile.

Raccontiamo qui il vostro lavoro, chi è Xavier Dolan?

Fiaba: Un giovanissimo autore canadese, di appena 27 anni, con alle spalle ben sei film e svariati premi raccolti principalmente al Festival di Cannes. Un poeta, un sognatore, un appassionato di cinema e vita, un vorace affabulatore, un cantastorie energico e virtuosistico, moderno ed estremamente personale.

Laura: Di conseguenza, una personalità scomoda e invidiata, facile alle antipatie per il suo fare arte senza mezzi termini, con spudoratezza. Sincero nel raccontare la forma che per lui hanno le cose, melodrammatica, urgente e vitale. Un cinema dall’identità forte, il suo, da amare od odiare, che parla una lingua internazionale senza rinunciare ai suoi idiomi più complessi.

Con “E' solo la fine del mondo”, il regista ha mostrato ulteriormente d'essere interessato ai fragili rapporti umani, al controllo sociale, al rapporto parentale, alla difficoltà di comunicare. Sono elementi ricorrenti nei suoi film?

Fiaba: Assolutamente. Questo film porta avanti, anzi all'estremo, le griglie tematiche della sua produzione: la famiglia, il rapporto edipico con la madre, l'incomunicabilità, il conflitto con se stessi e la fatica di adattarsi allo sguardo dell'Altro percorrono come un fil rouge tutto il suo cinema a partire da "J'ai tué ma mère". Qui sono messe in scena in maniera radicale, come se volesse ridiscuterle una volta per tutte, per poi superarle, come crediamo farà nel suo prossimo progetto.

Laura: Crediamo, infatti, sia necessaria quantomeno una riformulazione di questa sue tematiche privilegiate, avvicinate e sviscerate come nevrosi da sbrogliare, che lui affronta senza nascondersi dietro a superati moralismi. In quanti film vediamo un figlio baciare sulle labbra la madre senza che questo diventi esempio di un problema, di un morbo? Dolan sa parlare di tutte queste cose senza paura. Il pericolo è quello di ripiegare su sé stesso senza intraprendere nuove vie. Ci sono cineasti che per tutta una carriera hanno fatto lo stesso film, eppure sempre in maniera cangiante e camaleontica. Ci auguriamo avvenga lo stesso per Xavier.

Nell'anno in arrivo, invece, uscirà il settimo lavoro firmato Dolan: The Death and Life of John F. Donovan, la storia di una star di Hollywood (interpretata da Kit Harington, con Jessica Chastain, Susan Sarandon e Natalie Portman) la cui carriera è minacciata dalla caporedattrice di una nota rivista di gossip. Entrando in un ambiente più mediatico e post-moderno si parla di nuove fragilità?

Fiaba: Sicuramente è un progetto più ambizioso che gli permetterà di addentrarsi in un territorio finora inesplorato, appena accennato con "E' solo la fine del mondo" (dove il protagonista è uno scrittore di successo, ma lui lo vediamo unicamente nel contesto familiare). Quando abbiamo incontrato Dolan a fine 2014 lui parlò di questo film come qualcosa di nuovo, con personaggi più connotati e netti, quasi cartooneschi, come Jessica Chastain che sarà una vera e propria villain. Ma probabilmente dobbiamo prepararci ad un j'accuse senza mezzi termini contro la spietatezza dello star system, con cui lui stesso regista ha fatto i conti più volte.

Laura: Senz’altro. In questo mondo in cui il mediale è dominante, capace di assorbire l’individuo, è probabilmente facile parlarne demonizzando il fenomeno, come spesso accade. Ma la sua ormai proverbiale capacità di guardare i grigi sappiamo potrà riconsegnarci un’opera attenta soprattutto alle forme di un terrorismo psicologico che spesso si mettono in atto, senza che vi sia soltanto una condanna bidimensionale allo star system, al giornalismo e al suo intrecciarsi con le attuali forme di comunicazione.

La versatilità del regista si vede anche nella sua partecipazione alla vita social, Dolan ha un profilo Instagram e uno Twitter che usa costantemente, interagisce e reagisce ai dibattiti legati ai suoi lavori.

Fiaba: Sì, in questo senso è davvero un personaggio pubblico a tutto tondo, interagisce con i fan, commenta gli avvenimenti politici, non ha timore di schierarsi né, d'altro canto, di mostrarsi più frivolo, ha una vera passione per Snapchat!

Ha ricevuto una copia del libro che porta il suo nome?

Fiaba: Non ancora, anche se è a conoscenza del libro, ma pensiamo di regalargliene una appena tornerà in Italia per presentare un film: se verrà a Venezia con il suo nuovo progetto non mancheremo di incontrarlo.

Laura: E, chissà, sarebbe bello potesse riceverne una versione cartacea tradotta in lingua inglese. Il libro utilizza un linguaggio non del tutto semplice, un vocabolario composito ed evocativo, ma nemmeno eccessivamente specifico, cosicché anche una persona non abituata a leggere di critica cinematografica potesse “sentire” realmente quel che il suo cinema ha da dire. Ma questo è per ora soltanto un sogno.

Non manca l'aspetto ludico: nelle versioni francesi Xavier Dolan ha prestato la voce ad un cartoon irriverente e trasgressivo come South Park e a Taylor Lautner in Twilight, da fan sfegatato della saga di J.K. Rowling è stato voce di Ron in Harry Potter, cos'altro?

Fiaba: Da piccolo ha girato una serie di spot televisivi, e oltre al doppiaggio è appassionato di recitazione tanto quanto di regia: ammette che vorrebbe poter stare di più davanti allo schermo, anche per questo si è ritagliato ruoli su misura in gran parte dei suoi film. Ne ha girato uno di recente con Charles Binamé, Elephant Song, dove si lascia andare a divertiti istrionismi.

Laura: Xavier Dolan guarda molto alla moda, e mai a un cinema “chiuso”: quando lo incontrammo un paio di anni fa raccontava di come gli piacesse sfogliare le riviste di moda lasciandosi ispirare dalle fotografie di un mondo patinato. Non escludiamo gli piaccia stare dall’altra parte dell’obiettivo, a giudicare da tutti i photoshoot a cui si concede e dalla loro evidente concessione alle creazioni di stimati stilisti.

(Il giovane regista è un potterhead: si è fatto tatuare Silente e la frase "Certo che sta accadendo dentro la tua testa, Harry, dovrebbe voler dire che non è vero?")

Da omosessuale è sensibile agli aspetti che fanno emergere omofobia, intolleranza, mancanza di accettazione?

Fiaba: Assolutamente. Questo aspetto nei suoi film non viene mai trattato con condiscendenza, non scivola mai nel patetismo o nel ricattatorio, semmai è parte integrante del carattere e dello sviluppo di un personaggio, come in Tom à la ferme e Laurence Anyways, ma non è mai il centro della storia (il primo titolo è un thriller, il secondo un melodramma). Dolan è consapevole che la sessualità dovrebbe venire rappresentata semplicemente come uno dei molti tratti di un personaggio, non come una sorta di biglietto da visita o etichetta pre-impostata.

Laura: Per questo motivo ci arrabbiamo spesso quando viene catalogato all’interno di quello che, sfortunatamente, chiamano “cinema queer”; come se, immaginiamoci, esistessero altre definizioni quali “cinema bianco”, “cinema nero”, e così via. Generalmente pare mortificante e riduttivo, ma in questo caso si fa un torto al suo modo di vedere e parlare di tutto il tangibile (e non), non essendosi mai auto ghettizzato avvicinando il problema della discriminazione con militantismo. A Dolan interessa l’identità e il raggiungimento di una piena comprensione, scoperta e accettazione della stessa.

Sembra tradursi anche nella necessità di laicità, che il regista ricerca come imprescindibile strumento per indagare liberamente le diversità, al Corriere della Sera tempo fa dichiarava: “Da bambino ero cattolico praticante, poi mi sono reso conto che ogni fede comporta delle frange estreme, che ostracizzano i diversi. Per questo non voglio avere a che fare con la religione, la sua intolleranza, il male che produce, la sua superiorità. Mi interessa piuttosto una spiritualità esoterica”.

Fiaba: Questo emerge parecchio dai suoi film, la componente spirituale si rileva più che altro all'interno di qualche personaggio, ma non è mai utilizzata come filtro dello sguardo registico: Dolan è interessato più che altro al fattore materico, carnale, istintuale, e attraverso quello i suoi personaggi si elevano, cambiano, migliorano.

Laura: Dolan non ha mai discusso dei problemi intorno alla fede e al dilemma che ne consegue. Certamente è una prospettiva permeante, che si evince da quella fede nell’uomo (e nelle sue applicazioni terrene) che riscontriamo in ogni sua pellicola. Come in “Mommy”, dove l’ottimismo combacia con l’urgenza dei protagonisti di sopravvivere seguendo ognuno la propria vocazione, che sia la libertà o l’abnegazione.

L'invito ai nostri lettori è, quindi, quello di approfondire la conoscenza del regista anche attraverso questo libro. Dove trovarlo online?

Fiaba: Il libro è acquistabile su IBS, Amazon, Libreria Universitaria e nella sezione Cinema di librerie come Feltrinelli e Mondadori!

Prossime attività che vi riguardano e che potete condividere con i nostri lettori?

Fiaba: Stiamo pensando a un libro su David Fincher, un'altra grande passione in comune, ma per adesso continuiamo a scrivere su Film TV, su Orizzonti di Gloria e..

Laura: ..anche su vari giornali online che fanno un ottimo lavoro per vivificare e veicolare la critica e l’arte cinematografica in genere.

Grazie per la piacevole chiacchierata, a presto!

Fiaba: Grazie a te Fabio per il tempo e la disponibilità!

Laura: Buona continuazione e buon lavoro!

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Fiaba Di Martino e Laura Delle Vedove



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