giovedì 18 maggio - UAAR - A ragion veduta

Cassazione vieta il kirpan dei sikh: il valore dell’eguaglianza

Non tagliarti i capelli. Fermali con un pettine. Indossa certi pantaloni e un braccialetto di ferro. E porta con te un pugnale.

Se sei un sikh, sono le cinque kappa (kesh, kangha, kachera, kara, kirpan) che devi praticare, i cinque precetti che il decimo guru della tua religione impose nel 1699 ai guerrieri del suo esercito, il Khalsa. Che per cinquant’anni governò un vero e proprio impero.

I devoti sikh cercano di adeguarsi anche all’estero. Così facendo, vanno però incontro agli inevitabili problemi di chi gira armato: la nostra Cassazionecon una sentenza resa nota l’altro ieri, ha condannato un loro seguace indiano. I sikh si difendono sostenendo che il kirpan, nonostante la sue origini belliche, sia inoffensivo.

Ma lo è quanto un pugnale con cui è stata intagliata una scritta d’amore. Qualunque arma è inoffensiva, finché non la si usa. E poiché ogni occasione può essere buona per usarla, ogni legislazione ne limita (tanto o poco non importa) la possibilità di averla, portarla, adoperarla.

Complice qualche passaggio molto discutibile, la sentenza è stata presentata come un invito agli immigrati a “conformarsi” ai nostri valori. Qualcuno ha sottinteso “cristiani”, qualcun altro “occidentali”, qualcun altro entrambi. A ben vedere, il valore a cui fa riferimento la sentenza è un valore illuminista: quello dell’eguaglianza.

Quello che è scritto nero su bianco nella Costituzione all’articolo 3 (“tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, senza distinzione”); quello che è ricordato in qualunque tribunale della Repubblica: “La legge è uguale per tutti”. E va rispettata. Da tutti. Nessun cittadino può girare impunemente con un arma e non c’è alcun motivo per fare eccezioni in nome della religione, qualunque religione. La sentenza ha fatto notizia soltanto perché l’eguaglianza, da noi, è ben poco praticata. È utile cercare di rimediare.

A cominciare dalla Cassazione stessa.

Raffaele Carcano



2 réactions


  • GeriSteve (---.---.---.149) 18 maggio 20:17

    I valori in questione sono lo stato di diritto e la laicità.

    In parole poverissime la sentenza afferma che non si può pretendere di violare la legge in nome di una religione.
     E in questo le sentenza è ottima, nient’affatto superflua in quanto qualcuno si era appellato al diritto di culto.

    I sikh però hanno il diritto di chiedere che la legge venga modificata.
    E infatti è del tutto sbagliato quanto scritto nell’articolo:
    "Nessun cittadino può girare impunemente con un arma e non c’è alcun motivo per fare eccezioni in nome della religione".

    Molti cittadini hanno già il diritto (alcuni il dovere) di girare armati e sono a ciò autorizzati da un porto d’arma; non solo per sicurezza e autodifesa, anche per motivi sportivi e di caccia.

    In condizioni normali io non ci vedrei niente di male ad introdurre un porto d’arma religioso che autorizzi un sikh (NON ogni sikh) a portare un coltello (soltanto uno ben definito e con una certa matricola).

    Purtroppo non siamo in condizioni normali: oggi ci sono fanatici musulmani che predicano l’accoltellamento di ogni infedele e fanatici musulmani che eseguono. I sikh devono capire che oggi quella "libertà di culto" non può essere data, non per motivi di principio ma per ottimi motivi di opportunità: sarebbe un precedente che aprirebbe un pericoloso varco ad altri culti, compreso forse il "culto del kalashnikoff".

    La cristianità e l’occidentalità c’entrano pochino: i cittadini Usa sono prevalentemente cristiani e certamente occidentali, la loro costituzione permette di circolare armati ma (tralasciando qui il caso dei militari) non ho mai sentito di un cittadino Usa che pretenda di portarsi appresso questo diritto in Europa e tanto meno in Italia.

    GeriSteve


  • pv21 (---.---.---.8) 19 maggio 12:27

    Quali VALORI >

    La nostra Costituzione e le Leggi che ne discendono sono i “valori” normativi del nostro vivere in comune. QUINDI, nel caso di un immigrato, “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori porti a una violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

    Ossia.

    Secondo l’art.19 (Costituzione) esercitare in privato o in pubblico il culto significa riconoscere uno spazio (libertà) a ciascuna religione, purché sia conforme alle leggi vigenti per ogni cittadino.

    Neppure il Vaticano prevede e tanto meno prescrive delle “pratiche” religiose, esercitabili in privato o in pubblico, che siano difformi o contrarie alla legislazione italiana.


    Non solo.

    E’ difficile immaginare che in Italia non vivano tanti altri indiani SIKH e che non siano altrettanto attaccati ai valori di origine senza sentirsi “obbligati” a ostentare per strada un Kirpan lungo 20 cm.

    In uno Stato laico il valore primario è l’equilibrio tra Autodeterminazione e “collettività”


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