mercoledì 8 marzo - Riccardo Noury - Amnesty International

Caso Regeni | Perché non è opportuno rinviare l’ambasciatore in Egitto

Periodicamente si levano voci in favore del ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo, temporaneamente richiamato a Roma lo scorso aprile a causa dell’allora assente, e oggi ancora tardiva e insufficiente, collaborazione delle autorità giudiziarie egiziane alle indagini della procura di Roma sulla sparizione, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni.

Lo scorso 6 marzo sul Corriere della Sera, prende posizione l’ambasciatore Antonio Zanardi Landi.

Scrive, Zanardi Landi, che a chiedere il ritorno dell’ambasciatore è “un leader molto rispettato nel mondo delle Ong, Nino Sergi” e che già per questo varrebbe la pena di parlarne. Ma in realtà Nino Sergi si è espresso a titolo del tutto personale e la sua posizione non trova seguito all’interno delle organizzazioni non governative italiane. L’ipotesi, che alla Farnesina non dispiacerebbe, di una società civile divisa sul “che fare”, è dunque inesistente.

Gli argomenti di chi sostiene che è giunto il momento di riconsiderare la questione – conditi talvolta da ipocrite parole di solidarietà per “i genitori del povero Giulio” – sono in sintesi tre: il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo favorirebbe la ricerca della verità sulla fine di Giulio Regeni, consentirebbe di gestire una serie di complessi dossier (immigrazione, Libia, terrorismo) nel pieno delle normali relazioni diplomatiche e aiuterebbe la ripresa degli scambi commerciali ed economici.

Per quanto riguarda questi ultimi, non passa giorno senza che il principale soggetto economico italiano in Egitto, ossia Eni, affermi che nonostante i rapporti tesi tra le due diplomazie, gli affari vanno benissimo. La domanda turistica era crollata ben prima dell’omicidio di Giulio Regeni.

Quanto ai dossier, posto che sulla Libia Egitto e Italia hanno posizioni diverse e che su immigrazione e terrorismo col Cairo ci dialoga ampiamente l’Unione europea, dovremmo rinunciare a una posizione di principio – quella per cui i diritti umani si tutelano anche, quando necessario, con pressioni diplomatiche particolarmente intense e durature nel tempo – per riaffermare il primato di quella cinica real-politik che ha contraddistinto la politica estera italiana, per cui i diritti umani sono un intralcio alla piena cooperazione intergovernativa?

Ma no, ci viene detto, giammai. Ed ecco l’argomento forte: se l’ambasciatore italiano torna al Cairo, la verità è più vicina!

Chiariamo alcune cose. La misura consistente nel ritiro dell’ambasciatore italiano al Cairo non è stata un capriccio: si giustificava con la gravità attribuita dalle istituzioni italiane all’omicidio di Giulio Regeni. Se non ci fosse stata, saremmo a un punto della vicenda ancora più arretrato rispetto a quello attuale, in cui si prospetta qualche vaga responsabilità di funzionari della sicurezza egiziana che avrebbero agito individualmente, isolatamente e senza una catena di comando.

A fronte della insufficiente e tardiva collaborazione giudiziaria da parte egiziana, il rientro dell’ambasciatore potrebbe essere inteso dal Cairo come segno di un ritorno alla normalità, un messaggio di soddisfazione da parte dell’Italia per i risultati di tale collaborazione, o addirittura come l’annuncio di una disponibilità alla rapida chiusura del caso, in senso sia diplomatico che giudiziario. Ecco perché quella misura deve essere tuttora mantenuta come principale strumento di pressione per ottenere piena collaborazione da parte dalle autorità egiziane.

Centinaia di migliaia di persone, in Italia e nel mondo, continuano a credere che la ricerca della verità per un cittadino italiano barbaramente ucciso al Cairo dovrebbe essere priorità per tutti.




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