giovedì 16 marzo - Aldo Funicelli

Caso Moro | Quel giorno che chiuse la prima Repubblica

E' morto pochi giorni fa, Giuseppe De Lutiis, scrittore, storico e grande conoscitore della storia e delle trame dei nostri servizi segreti.
 
Non ha fatto in tempo a ricordare, per l'ennesima volta, l'anniversario della strage di via Fani: l'agguato da parte di un commando delle Br (e chissà se erano solo brigatisti) che rapì il presidente della DC Aldo Moro e uccise (finendoli con un colpo alla nuca) i cinque uomini della scorta.
Il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, i brigadieri Domenico Ricci e Francesco Zizzi, gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.
 
 
Era il giorno del giuramento del governo Andreotti, il primo a godere dell'appoggio esterno del partito comunista. La conclusione del lungo percorso politico delle “convergenze parallele” dei due grandi partiti di massa italiani.
Quello cattolico, scelto alla fine della seconda guerra mondiale dal governo americano per guidare il paese.
E quello di ispirazione comunista, allontanatosi dall'ombra del PCUS, ma sicuramente di sinistra (quando sinistra e destra erano concetti forse più chiari di oggi).
 
Troppe ostilità nei confronti di quel governo e non solo da parte delle BR che, con quell'operazione militare, avevano dimostrato al paese la loro “geometrica potenza”.
Tante ostilità e diffidenza venivano dall'interno della stessa DC e, dal di fuori, anche da quanti ancora si sentivano vincolati agli accordi di Yalta.
Che escludevano l'accesso alla stanza dei bottoni dal più grande partito comunista occidentale e imbrigliavano la politica italiana agli stessi partiti se non alle stesse figure politiche.
 
Tutto questo lo aveva raccontato De Lutiis anni fa nel suo saggio “Il golpe di via Fani”:
..l'autore approfondisce la genesi e l'evoluzione del terrorismo italiano, rosso e nero e tutti i punti oscuri legati ad esso:- le BR erano infiltrate sin dal 1973 (Silvano Girotto frate mitra); si arrivò all'arresto dei vertici Curcio e Franceschini (ma non Moretti), eppure questo non impedì il rigenerarsi delle BR.Che dal 1974, sotto la conduzione di Moretti, passarono dai rapimenti e rapine, alle uccisioni o alle gambizzazioni.-
Il cambio della guardia: il 1974 segna anche il cambio della guardia sul fronte del terrorismo: se la prima metà era caratterizzata da quello nero (con ampi coinvolgimenti dei servizi, come dimostra il caso Giannettini), la seconda metà è nel segno del terrorismo rosso.Nonostante la decapitazione dei vertici operata con l'arresto di Curcio.
Il capo dell'ufficio D del SID, generale Maletti, aveva detto "Ora non sentirete più parlare di terrorismo nero, ora sentirete parlare soltanto di quegli altri".Una semplice premonizione o c'è qualcos'altro?
Forse il terrorismo stragista del periodo 1969-1974 serviva a destabilizzare per portare il paese verso una svolta autoritaria.Impedire il cambiamento in senso progressista come già era accaduto in Grecia. La seconda fase della "strategia della tensione" (dentro cui il fenomeno terrorista si innesta, sebbene abbia origine diverse) invece tendeva a "destabilizzare per stabilizzare".Perpetuare il potere sempre nelle stesse mani, negli stessi partiti.Anche il polititologo Giorgio Galli, nel suo libro "Piombo rosso" parla della strategia dello "stop and go" per l'azione di repressione del terrorismo rosso. Le BR furono tenute in vita perché funzionali. Ma a cosa?
Il libro, più che concentrarsi sulle cronache dei 55 giorni del sequestro, segue tutte queste piste: dai rapporti delle BR con i servizi esteri (da quelli dell'est ai tentativi del Mossad); i legami con la scuola di lingue a Parigi, Hyperion, ritenuta da molti una sorta di centrale internazionale del terrorismo di sinistra. Con coperture da parte dei servizi francesi e americani.
 
Ecco che uno dei più grandi misteri d'Italia, ancora oggi aperto per il lavoro della nuova commissione di inchiesta (che simulerà l'agguato in via Fani per cercare di ricostruire la dinamica dei fatti di quella mattina, ancora oscuri), diventa uno spiraglio col quale osservare il lato oscuro del nostro paese.
La banda della Magliana e quell'agenzia del Crimine che si metteva a disposizione di una certa politica per i lavori sporchi.
Le infiltrazioni dentro i due attori di questa commedia nera: le Br, infiltrate da anni e condizionate forse da agenzie straniere (vedi vicenda Hyperion).
Le infiltrazioni da parte della Loggia P2 all'interno delle istituzioni.
Come se, sopra i comitati per la sicurezza, per la gestione della crisi, sopra le Br, altri pupari fossero all'opera per manovrare la scena e portare il finale nella direzione giusta.
 
La frase più mostruosa di tutte:
qualcuno è morto «al momento giusto».
E. Canetti, La provincia dell'uomo.
Da L'affaire Moro, di Leonardo Sciascia
 
Terrorismo rosso, criminalità romana, logge segrete (e considerate eversive). Giornalisti stranamente informati e generali dei carabinieri alla ricerca del memoriale dello statista. Mino Pecorelli e Carlo Alberto dalla Chiesa. Due delle strane morti a latere di questa tragedia (il colonnello Varisco, il tipografo Tony Chicchiarelli autore del falso comunicato numero 7), Franco Giuseppucci (er negro, capo della banda della Magliana).La Cia (Ferracuti, criminologo che tracciò il profilo del Moro non più Moro dentro il covo delle Br), del Kgb (l'agente Sokolov presentatosi a Moro come studente borsista), la mafia (Pippo Calò che si interessò con i suoi contatti con la Banda della Magliana per scoprire il covo).
Strane presente sul luogo dell'agguato (un colonnello del Sismi, quella mattina, proprio in quell'incrocio).
Sembra una fiction e, forse, ad inseguire tutte queste piste, queste strade, si corre il rischio di perdersi dietro complottismi e dietrologie.
Forse le cose sono andate proprio come hanno raccontato ai vari processi i brigatisti, oggi liberi per la legge, ma forse non con la loro coscienza.
 
Rimangono tutte le incongruenze raccolte nel saggio uscito l'anno scorso per Chiarelettere: “Complici – caso Moro di Stefania Limiti Sandro Provvisionato”.
L'incongruenza dei colpi sparati in via Fani.
Lo strano comportamento dei brigatisti che scelsero di non rendere pubblici i manoscritti di Moro (forse usati per futuri ricatti? Forse perché in esso si tirava fuori l'esistenza di Gladio?) e l'atteggiamento dei vertici dell'allora DC (che si sono accontentati di una versione di comodo dei fatti).
Il mistero di quella Mini Clubman di proprietà di una società del Sisde (servizi di sicurezza interni), come del Sisde erano diversi appartamenti nello stabile di via Gradoli, uno dei covi (e forse delle carceri) delle Br a Roma.
Il mistero dei colpi sparati in via Fani, le ricostruzioni di Moretti e Morucci (due BR) che fanno acqua da tutte le parti …
 
Troppe domande senza risposta (raccolte nell'esaustivo saggio di Sandro Provvisionato Doveva morire), troppi dubbi che gettano una luce sinistra sulla nostra storia, sulla storia della nostra democrazia, sui governi che si sono succeduti, sulla piena sovranità di questo paese ancora oggi troppo condizionato dai suoi misteri e dai ricatti.
 
Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi.



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