venerdì 31 marzo - Phastidio

Brexit e gli scambi tra Ue e Gb | Have a nice trip

Sulla Lex del Financial Times, qualche numeretto sul dopo Brexit nell’ipotesi, tutt’altro che peregrina, che tra due anni non sia stato raggiunto alcun accordo di libero scambio tra i britannici e la Ue. Giusto per inquadrare i termini della questione al netto di bandierine, sciarpe e cappellini.

In assenza di un nuovo FTA (free trade agreement), il Regno Unito ricadrebbe in regime WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, che prevede la clausola di “nazione più favorita”, che implica tariffe doganali medie del 5,6% sulle merci. “Che sarà mai”, sentenzieranno alcuni prestigiosi accademici, come del resto già fatto dopo il referendum dello scorso giugno. “Basta lasciar libero il cambio di assestarsi ed il gioco è fatto”. Sarebbe così se fossimo in un mondo felicemente neoclassico, cioè privo di attriti, e se non ci fossero tra i piedi i flussi di capitale finanziario. Sarebbe così soprattutto se ogni settore avesse la stessa tariffa WTO.

Sfortunatamente le cose non stanno in questi termini, visto che l’export di auto avrebbe una tariffa del 10% mentre quello lattiero-caseario e delle carni tra il 20% ed il 35%. Un po’ difficile quadrare tutto col cambio, che dite? La tariffa minima WTO è poi relativa alle merci: i servizi finanziari perderebbero il passporting rights e le banche basate in Regno Unito non potrebbero più operare in Europa continentale, motivo per il quale molte si sposterebbero; in Irlanda, Germania, Francia. Persino Italia, sogna qualcuno.

Riguardo ad altri servizi, le linee aeree britanniche (easyJet, la holding IAG riguardo a Iberia) potrebbero perdere le licenze per operare rotte europee, in base alla norma che richiede che la maggioranza degli azionisti sia comunitaria. Ovviamente, Londra potrebbe esercitare una rappresaglia simmetrica e colpire Ryanair, ad esempio. Ma non è detto che le cose andranno così disastrosamente, dopo tutto. La razionalità spingerà a non andare oltre il punto di rottura, giusto?

Nel frattempo, il governo di Londra ha già smentito che il testo della lettera che attiva l’Articolo 50 contenga un legame tra accordi sul commercio estero e politica di sicurezza e cooperazione, come alcuni hanno invece letto, a caldo. In effetti, i britannici e la loro premier pro tempore non possono essere così stupidi da credere che lo scambio di informazioni anti terrorismo e criminalità possa rappresentare una moneta di scambio. Vero? Resta che il Regno Unito uscirà anche da Europol e qualcosa bisognerà quindi fare, nel reciproco interesse alla sicurezza.

Prendiamo altresì atto che le maggiori organizzazioni imprenditoriali internazionali, con in testa la giapponese Keindanren, hanno ribadito la loro inquietudine per un eventuale esito di Hard Brexit, che le spingerebbe a disinvestire dal paese. Vedremo come evolverà il percorso biennale ma è utile ricordare che i piani di investimento sono pluriennali; quindi c’è elevata inerzia ma, una volta impostata la direzione di marcia, gli effetti arrivano inesorabili.

Il Regno Unito manda in Ue il 46% del proprio export. Qualcosa ci suggerisce che l’opposto non sia vero, neppure a livello di singoli paesi comunitari. Non dovrebbe essere difficile comprendere chi ha la mano forte di carte, pur all’interno di un gioco a somma potenzialmente negativa. Quanto al rischio di secessione scozzese dal Regno Unito, poco e nulla da aggiungere a questo commento di Buttonwood dell’Economist. E buon viaggio a tutti.




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