martedì 2 maggio - Francesco Grano

"Boston – Caccia all’uomo": un thriller metropolitano dalle cadenze western

Il 15 aprile del 2013, giorno della festa dei patrioti, un doppio attentato dinamitardo colpisce la maratona di Boston. Il bilancio è di tre vittime e oltre duecento feriti. Senza rivendicazioni e indizi rilevanti, polizia ed FBI brancolano nel buio fino a quando, grazie a delle riprese di alcune videocamere di sorveglianza vengono identificati gli attentatori che si rivelano essere due fratelli di origine cecena.

Preoccupati per un altro possibile attacco, la task force capitanata dal Commissario della polizia di Boston Ed Davis (John Goodman) e dall’agente speciale dell’FBI Richard DesLauriers (Kevin Bacon) danno il via a una imponente caccia all’uomo a cui partecipano centinaia di agenti, tra cui il sergente Tommy Saunders (Mark Wahlberg) presente durante le esplosioni e che ha prestato i primi soccorsi ai feriti, il quale è intenzionato a catturare i due fratelli a ogni costo.

A quasi tre anni e mezzo di distanza da Lone Survivor (id., 2013), war movie biografico sulla drammatica storia vera di quattro Navy SEALs di stanza in Afghanistan e a un anno da Deep Water – Inferno sull’oceano (Deepwater Horizon, 2016), il regista Peter Berg è tornato sul grande schermo con Boston – Caccia all’uomo (Patriots Day, 2016), thriller incentrato sul devastante attentato che nell’aprile del 2013 ha colpito la città di Boston nel Massachusetts. Nel raccontare un’altra cupa e vera pagina della storia contemporanea degli Stati Uniti, Peter Berg opta per un’accurata e minuziosa ricostruzione cronologica degli eventi, ponendo al centro di Boston – Caccia all’uomo l’incessante e sfiancante lavoro di indagine svolto dalle forze dell’ordine. Avvalendosi di numerosi reperti video e fonti fotografiche di repertorio, il nuovo lavoro del regista di Cose molto cattive e The Kingdom non si limita ad essere il classico thriller/poliziesco già visto ma, semmai, grazie alla presenza di tali materiali assume toni documentaristici, fondamentali per offrire allo spettatore i retroscena di quella maledetta e mortale giornata di sangue.

Fedele, cruda e realistica trasposizione dei fatti a metà strada tra l’inchiesta cronachistica e il più puro film d’azione, Boston – Caccia all’uomo mostra il procedere delle vicende mediante un doppio punto di vista: quello degli agenti di polizia, FBI e unità speciali instancabili nella loro stessa stanchezza di giorni e notti di lavoro senza pause ma ostinati a fermare la follia terroristica che potrebbe nuovamente colpire e, contemporaneamente, quello dei due attentatori che perseguono il loro scopo di martiri lasciando sull’asfalto ulteriore sangue durante il tragitto della loro delirante missione. L’importanza visiva e contenutistica del nuovo lavoro di Berg risiede proprio in questo, nella capacità di mostrare questa duplice prospettiva che porta, inevitabilmente e visto l’esito dei fatti reali, ad un accumulo di tensione crescente che tocca il suo climax negli ultimi quaranta minuti della pellicola.

Se da una parte nel corso degli anni Peter Berg ha stabilito quello che è il suo personale stile di regia, fatto di tanta steadicam, carrellate a schiaffo e utilizzo dello zoom, dall’altra il regista newyorkese ha assimilato la lezione michaelmanniana sulla gestione degli spazi urbani, di quelle enormi metropoli di vetro e acciaio in cui ogni vicolo e strada secondaria possono celare un potenziale pericolo. Berg – così come Michael Mann – offre una prospettiva urbana sia in orizzontale sia in verticale, con riprese embedded su strada e dall’alto mediante numerosi (e suggestivi) dolly, capaci di aumentare a dismisura quell’incombente senso di minaccia e di assedio (di carpenteriana memoria) che si consuma in una città blindata e in stato di guerra. Non è tanto sbagliato, quindi, riconoscere che Boston – Caccia all’uomo sia un thriller metropolitano dalle cadenze western, in cui il ritmo dilatato della caccia e le poche – ma ottimamente realizzate – sequenze di azione coinvolgono emotivamente e visivamente lasciando spazio, come accade in Lone Survivor, a scene dal forte impatto visivo in cui pathos e caos convivono drammaticamente. Il cinema di Berg, così come quello di Michael Bay, è un cinema di movimento, è la rappresentazione dell’immagine movimento di stampo deleuziano in cui energia cinetica e senso visivo collidono armoniosamente.

Tuttavia va evitato di incorrere nell’errore di giudicare Boston – Caccia all’uomo come l’ennesimo sfoggio di testosterone e patriottismo a stelle e strisce, magari correlato di frasi stereotipate e stantie pronunciate dagli eroi di turno. Con Boston – Caccia all’uomo il regista ha ricostruito psicologie e stati d’animo di una Nazione, ancora una volta, colpita al cuore e in cui i fantasmi del post 11/9 continuano a essere presenti. Una Nazione che – nonostante le perdite – non si lascia piegare e che cerca, in tutti i modi, di reagire alla follia di chi perpetra il terrore ai danni degli innocenti, senza cadere nella più becera e bassa retorica di propaganda. Vero è che il patriottismo in Boston – Caccia all’uomo è presente fin dal titolo originale, quel Patriots Day che non celebra nessun eroe ma, piuttosto, riveste una doppia valenza: quella del giorno di festa tramutato in tragedia da una parte e dall’altra la capacità di ogni singolo cittadino, soccorritore, poliziotto di reagire, come già in passato, ai colpi inflitti duramente e riuscendo a risollevarsi a testa alta ancora una volta.




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