mercoledì 9 agosto - Riccardo Noury - Amnesty International

Bahrein, l’infinita serie di processi contro il più importante difensore dei diritti umani

Nabil Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, è il più importante difensore dei diritti umani del piccolo regno del Golfo persico.

Ha preso il testimone da Abdulhadi al-Khawaja, condannato all’ergastolo nel 2012. Al-Khawaja finché ha potuto, poi le sue due figlie Mariam e Zainab finché hanno potuto (sono entrambe in esilio) e Rajab (a sua volta, come vedremo subito, finché ha potuto) hanno compiuto lo stesso “reato”: aver denunciato al mondo le violazioni dei diritti umani con cui, a partire dalla rivolta del febbraio 2011, la famiglia reale al-Khalifa ha cercato di reprimere ogni forma di dissenso.

Rajab aveva già trascorso due anni in carcere, dal 2012 al 2014, per aver preso parte a manifestazioni non autorizzate e per “disturbo della quiete pubblica”. Poi era tornato in carcere tra aprile e luglio del 2015 per aver pubblicato dei tweet “offensivi nei confronti dei ministri dell’Interno e della Difesa”.

Rilasciato per motivi di salute, Rajab era stato nuovamente arrestato il 13 giugno 2016. Aveva trascorso nove mesi in totale isolamento prima che nell’aprile di quest’anno venisse trasferito presso una struttura ospedaliera gestita dal ministero dell’Interno, dove è stato sottoposto a due interventi chirurgici. Le sue condizioni di salute non sono affatto buone.

Il 10 luglio Rajab è stato condannato a due anni di carcere per “pubblicazione e diffusione di voci e notizie false relative alla situazione interna del paese”, per due interviste televisive rilasciate nel 2015 e nel 2016. Non si conosce ancora la data dell’appello.

Rajab è atteso da altri processi. Due riguardano, rispettivamente, un editoriale pubblicato sul New York Times il 4 settembre 2016 e un articolo pubblicato su Le Monde il 19 dicembre 2016. L’accusa è sempre la stessa: aver parlato male del Bahrein con l’aggiunta, in entrambe le occasioni, di aver criticato l’intervento militare in Yemen da parte dell’Arabia Saudita e di altri paesi del Golfo, Bahrein compreso.

Poi c’è quello in corso, per cui oggi è stato deciso il 15° rinvio, all’11 settembre: per aver criticato su Twitter l’intervento militare in Yemen e aver denunciato, sempre su Twitter, le torture compiute nel 2015 nella prigione di Jaw a seguito di una rivolta, rischia altri 15 anni di carcere per “diffusione di notizie false in tempo di guerra”, “insulto a pubblico ufficiale” (il ministro dell’Interno) e “insulto a un paese straniero”.




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