lunedì 6 marzo - Giovanni Greto

Andrew Cyrille, “The Declaration of musical Independance” (ECM Records).

Registrato a luglio del 2014, il primo disco a suo nome per l’etichetta tedesca arriva nei negozi quando Andrew Cyrille raggiunge i 77 anni di età. Dunque, prima di tutto, sembra saggio affermare che l’età non conta, quando c’è ancora voglia di creare qualche cosa di significativo. Lavoro di rara bellezza acustica, si capisce subito, superati i canonici cinque secondi di silenzio, che si sta ascoltando un prodotto ECM.

Andrew Cyrille

 Nove i brani selezionati per un quartetto che, accanto al leader, allinea Bill Frisell alla chitarra, Ben Street al contrabbasso, Richard Teitelbaum al sintetizzatore e al pianoforte. Tre composizioni sono di Frisell, una ciascuno di Street e Teitelbaum, tre appartengono al quartetto, mentre all’inizio trova posto un brano di John Coltrane mai inciso. Finalmente Frisell torna ad essere un chitarrista originale, sensibile e creativo. Dimentica l’amore per il Country o per la musica da film dei suoi anni giovanili, che avevano prodotto esiti piuttosto monotoni, secondo il parere di molti appassionati, ma non solo.

Procedendo nell’ordine di apparizione dei suoi pezzi, “Kaddish” è una dolce, malinconica, triste ballad – le sensazioni dipendono dai diversi stati d’animo di chi ascolta -, eseguita in solitudine, fino al momento in cui affiorano in lontananza alcune soffici rullate sui tamburi con i mazzuoli da parte di Cyrille e un lieve controcanto sintetico di Teitelbaum, a commentare il ripetersi ciclico del tema. Ugualmente delicata è “Begin”. Poche note e molti silenzi provocano una suspense, un’attesa ansiosa. Di nuovo brevi interventi di Cyrille, mentre Teitelbaum si inserisce negli spazi vuoti. Nel terzo brano, “Songs for Andrew no.1”, che conclude altresì il CD, una frase malinconica della chitarra stimola una risposta collettiva. Cyrille usa il drum set in maniera libera, atemporale. Piatti e tamburi si esprimono senza mai soffocare, l’elettronica accompagna il discorso chitarristico, il contrabbasso affiora saltuariamente per conferire il giusto calore al brano. Tra la scrittura del quartetto brilla “Dazzling (Perchordially Yours)”, il brano più lungo dell’intero album (circa dieci minuti). Inizia con un minuto di percussioni melodicamente intonate – Gong, Tam Tam, Campanacci, Ago-go (la coppia di campane del samba batucada), Wood block -. Poi, su un accordo all’unisono, ogni musicista inizia ad improvvisare.

Nascono colori diversi a seconda dello strumento. Emerge un tenue fraseggio di contrabbasso sul quale si abbattono i colpi degli altri. Sembra di essere imprigionati in una musica per un film – Horror?, Thriller? – con conseguenti sensazioni di paura o di angoscia. “Say” di Ben Street e “Herky Jerky” di Teitelbaum sono gli unici brani in cui il musicista europeo utilizza il pianoforte. In “Say” Frisell ripete ad libitum una semplice progressione di accordi, scandita da pochi tocchi del piano e da un notevole lavoro di spazzole condotto dal leader, sempre intelligentemente incisivo senza mai sovrastare. “Herky Jerky” potrebbe ricordare certe composizioni di Thelonious Monk. Un tema che assomiglia ad una filastrocca, con un 4/4 mantenuto nella prima parte impeccabilmente da Cyrille sul piatto Ride e che nella seconda si sviluppa in un’improvvisazione collettiva. 

Cyrille, come si apprende dal web, ha appreso il ritmo di “Coltrane Time” da Rashied Alì, l’ultimo batterista di Coltrane, spentosi a New York nel 2009. Inizia con cinquanta secondi di fraseggio solitario del leader. Dapprima una serie di pattern per il rullante – paradiddles, doppi colpi, brevi rullate –, dalla pelle molto tesa ma con poco effetto di cordiera. Quando entra l’intero drum set c’è un accenno a “The drum also waltzes” di Max Roach. La chitarra di Frisell interviene con suoni distorti, forse a sottolineare la sofferenza del compositore, accanto a quelli consueti, scarni, delicatamente elettrici. Il contrabbasso esercita un lavoro percussivo, il Synth interviene con parsimonia. E’ probabilmente un brano del periodo ‘indiano’ di Coltrane, alla ricerca di una spiritualità consolatoria.

Che cosa può significare il titolo dell’album? Una provocazione? Un invito alla riflessione? Forse il volersi difendere da tutto ciò che impedisce di essere sé stessi e di potersi esprimere, sia nella struttura che nella strumentazione, senza dover subire limitazione alcuna.




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