mercoledì 18 gennaio - Giovanni Greto

Ada Montellanico, "Abbey’s Road"

(Incipit Records)

A distanza di cinque anni dall’incisione di “Suono di donna”, Ada Montellanico ritorna in uno studio di registrazione, spinta dal desiderio di dare concretezza ad un nuovo progetto dedicato a composizioni scritte e/o interpretate da Abbey Lincoln (Chicago, 6 agosto 1930 – New York, 14 agosto 2010). L’artista si chiamava in realtà Annamarie Wooldridge. Abbey Lincoln è un nome d’arte creatogli ad inizio carriera dal suo manager, il quale pensò a “Westminster Abbey” e ad “Abraham Lincoln” unendo insieme la seconda parte di ciascuno dei due sostantivi.

Abbey è una figura ingiustamente dimenticata o quanto meno poco considerata, nonostante una bravura tecnica ed una ricca originalità vocale la collochino a buon diritto accanto alle più celebrate cantanti jazz. E’poi da ricordare la sua partecipazione da protagonista ad uno straordinario, storico disco, “We insist. Freedom now suite” di Max Roach (Candid, 1960), che ebbe un’enorme eco nella lotta del popolo africano americano per l’uguaglianza dei diritti civili, negatigli dai bianchi.

La Montellanico inserisce a metà scaletta proprio una Medley tratta da quel disco : “Driva Man/Freedom Now”. L’interpretazione è rispettosa anche se, giustamente, si discosta rispetto alla drammatica declamazione del testo da parte di Abbey. Molto buono, ancora una volta, nelle 11 tracce del CD, il lavoro di arrangiatore del trombettista siciliano Giovanni Falzone, quasi una specie di “eminenza grigia” che sostiene e sviluppa le idee della cantante romana.

La novità, rispetto a “Suono di donna”, è che Ada ha voluto una formazione priva di strumento armonico “alla ricerca di un sound più asciutto attraverso il quale i testi di Abbey avrebbero potuto risaltare ancora di più, unito alla scelta di un ensemble dalla sonorità calda e dal solido e forte tessuto ritmico”, come lei stessa scrive nelle note di copertina. Ed è davvero così. A cominciare da Matteo Bortone, contrabbassista dalla cavata possente ma nello stesso tempo morbida, molto percussivo e che si affianca a puntino con Ermanno Baron, batterista dal notevole bagaglio tecnico, che si fa apprezzare anche per una timbrica gradevole. Un buon groovin’da parte di tutti e nel fraseggio dei fiati : la tromba del leader, a volte volutamente sguaiata (“First song” di Charlie Haden), in funzione di una convincente scelta espressiva ; il trombone di Filippo Vignato, autore di efficaci assolo come in “Long as you’re living”, dopo aver stimolato la vocalità di Ada, con la quale entrambi i fiati intrecciano un impeccabile unisono di note e Scat. Tra i brani più apprezzati e trascinanti, oltre a quello appena citato, “Wholey Earth”, che inizia con una cadenza di fiati su cui si inserisce una specie di Gramelon-Scat assai ritmico, incalzato da contrabbasso e batteria e “Talking to the Sun”, composto in solitudine da Abbey. Ada canta spesso sostenuta soltanto dalla sezione ritmica, Falzone si inserisce con lo strumento sordinato, per aggiungere una sfumatura di colore ad un ricchissimo bianco e nero, mentre verso la fine si costruisce un armonioso assolo alternando lo strumento sordinato a quello libero.

Un grazie finale ad Ada, che riporta alla luce una “top singer”, influenzata da Billie Holiday e che a sua volta ha rappresentato un’importante fonte di ispirazione per altre cantanti (un nome per tutte, Cassandra Wilson), che le si sono avvicinate affascinate dalle doti vocali, dal modo di interpretare e dalla statura della persona. 




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