mercoledì 5 aprile - UAAR - A ragion veduta

Aborto e Obiezione di Coscienza | Vessazioni e ostacoli ai diritti delle donne: soluzioni in vista?

Seppur in balia delle incertezze politiche del periodo, sembra che in Parlamento vi sia l’intenzione di riportare, a livello nazionale, le iniziative prese dalla regione Lazio per arginare il problema del pericoloso numero di obiettori di coscienza alla legge 194/78. 

Soluzioni a un problema critico che peraltro stanno sempre più prendendo corpo in alcune regioni italiane, e stanno incassando la disponibilità di diversi assessori in altre. Tanti buoni propositi malgrado le intromissioni, gli anatemi e i dogmi religiosi, che la Chiesa Cattolica ripropone con immancabile fervore, ogni volta che nel nostro paese viene affrontato l’argomento.

Alla Camera dei Deputati, prima firmataria l’On. Ricciatti, una trentina di deputati afferenti a gruppi politici di sinistra (Art. 1 MDP, SEL-SI-Possibile, PD) hanno presentato una proposta di legge che mira sostanzialmente a regolare l’obiezione di coscienza alle inter­ru­zioni volontarie di gravidanza. La proposta attribuirebbe ai medici che non si dichiarano obiettori punteggi più alti nelle graduatorie dei concorsi e introdurrebbe il loro trasferimento qualora dopo il concorso vinto e l’assunzione, sollevassero l’obiezione di coscienza.

Tutto femminile è invece il disegno di legge presentato da alcune Senatrici del PD, che punta direttamente a modificare la legge 194/78 (art. 9), fissando al 50% il limite massimo del personale sanitario obiettore di coscienza per ogni struttura.

Se da un lato possiamo rilevare come questi provvedimenti, dopo varie condanne del nostro paese, arrivano finalmente con l’idea di arginare lo sfacciato numero di obiettori di coscienza nei nostri ospedali, dall’altro non possiamo fare a meno di notare come nelle regioni più accomodanti con il lobbismo ciellino e con il clericalismo in generale vi sia una precisa volontà di vessare le donne e ostacolarle in qualsiasi modo nell’accesso ai loro diritti riproduttivi.

Prendiamo come esempio le sole notizie giunte in questo periodo dalla regione Lombardia. Totale la mancata applicazione della legge 194/78 in molti ospedali del suo territorio e grotteschi gli inviti di alcuni direttori sanitari di queste strutture pubbliche a rivolgersi altrove, costringendo le donne a spostarsi perfino fuori regione.

Quasi quattordicimila le interruzioni volontarie di gravidanza richieste in Lombardia nel 2016, ma solo il 6,6% eseguite attraverso il ricorso alla RU486, in quanto il 52% delle strutture semplicemente non prescrivono questo farmaco abortivo. Abolizione “a loro insaputa” dell’esenzione al pagamento del ticket per le visite ginecologiche che venivano erogate dai consultori familiari nell’ambito dei programmi di prevenzione, anche per le giovani ragazze di 14 anni.

Tutto questo accade mentre viene raggiunto il record di vendite di un farmaco per la contraccezione d’emergenza su scala nazionale, mentre alcuni studi dimostrano come la riduzione delle gravidanze indesiderate si ottiene solo grazie all’accesso alla contrac­ce­zione senza ricetta medica, e soprattutto mentre il comitato per i diritti umani della Nazioni Unite ha espresso le proprie preoccupazioni parlando apertamente di un “ritorno degli aborti clandestini” nel nostro paese.

È chiaro quindi che la strada del buonsenso e della ragione da percorrere nel duro cammino verso una vera tutela dei diritti delle donne, passa ovunque tranne dove regnano imperanti le politiche dettate dagli integralismi religiosi. Viceversa, è chiaro che la stragrande parte dei problemi possono essere risolti solo attraverso delle politiche serie e laiche che rimettano al centro i diritti riproduttivi nel nostro paese.

Paul Manoni




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