sabato 22 luglio - Giovanni Greto

A Night in Brasil al Castello di Udine

Maria Gadù e Toquinho: due facce differenti della musica brasiliana

Come spesso è accaduto nelle passate edizioni, anche quest’anno la serata conclusiva di Udin&Jazz è stata dedicata alla musica brasiliana. Le canzoni storiche che hanno reso celebre il Brasile in tutto il mondo, accanto a ciò che è frutto della scrittura di musicisti giovani, che amano il Rock, il noise, pur rispettando ed amando ( almeno così dicono) il Samba e la Bossanova.

Ciascuno dei tre gruppi esibitisi sul piazzale del Castello di Udine è stato presentato da Max De Tomassi, conosciuto agli appassionati di Musica Popular Brasileira (MPB d’ora in avanti), per la sua trasmissione “Brasil”in onda dalle frequenze di Radio Uno Rai. Ci sarebbe dovuto essere la diretta dell’evento, saltata per motivi tecnici. Ma verrà diffusa, ha assicurato il presentatore, in un secondo momento.

Prima dei due artisti brasiliani è salita sul palco, elogiata dal conduttore, la cantautrice friulana Letizia Felluga, assieme a Giovanni Ceccarelli al piano acustico e Alessandro Marzi ad un singolare drum set: cassa, rullante, pad elettronico, piatti. Cinque brani ascoltati in una trentina di minuti hanno ottenuto un consenso generale, anche se parecchie sedie sarebbero state occupate più tardi. La Felluga ha cantato le sue canzoni in italiano e in inglese e ha reso omaggio al Brasile interpretando in italiano sia “Desde que o samba è samba” di Caetano Veloso, (“Da quando il samba è samba”), grazie a una scorrevole traduzione di De Tomassi, sia “Samba e Amor” di Chico Buarque de Hollanda. Buono il sostegno ritmico di Marzi, particolarmente attento alle dinamiche alternando diversi tipi di battenti, mentre Ceccarelli ha dimostrato un’apprezzabile capacità improvvisativa.

Il secondo set, il più lungo, (75 minuti) è stato quello di Maria Gadù, beniamina del pubblico più giovane. In platea erano presenti molti brasiliani che appaiono come per incanto in qualsiasi posto del mondo, per applaudire i propri musicisti. Maria Gadù, cantante e chitarrista elettrica, ha proposto un genere sostanzialmente rockeggiante, la cassa della batteria a scandire ossessivamente i quarti di ogni battuta come avviene nella disco music. Ha cercato anche di riprodurre assieme al batterista e percussionista Felipe Roseno quel particolare modo di percuotere i tamburi, messo a punto dai gruppi afro di Bahia negli anni ’90 (Olodum, il precursore, è il nome più conosciuto). E lo ha fatto utilizzando un timpano per accentare le battute con forza. Senza sbavature, ma anche senza picchi, il lavoro di Lancaster Pinto, bassista elettrico, mentre l’italiano Federico Puppi ha suonato con un archetto un piccolo strumento amplificato, sostenuto da un piedistallo in posizione verticale, quasi un moderno Rabab, che diffondeva un suono vicino al violoncello, a volte anche al violino. Tra i brani in scaletta non potevano mancare “Ne me quitte pas” di Jacques Brel, cantata in francese, che lanciò la Gadù nell’ambiente musicale e “Shimbalaiè”, da lei composta a soli dieci anni, inserita nel disco d’esordio “Maria Gadù”, che diventò il tormentone dell’estate 2009.

Dopo una breve pausa tecnica, ecco salire sul palco, sorridente, la chitarra acustica – il violao con le corde di nylon – uno degli ultimi superstiti di una stagione felicissima, quanto mai creativa, per il Samba e la Bossanova. Antonio Pecci Filho, conosciuto come Toquinho (Sao Paulo 6 luglio 1946), ha imbastito una breve chiacchierata in musica, ricordando gli inizi di carriera, assieme a Chico Buarque de Hollanda in Italia in fuga dalla dittatura, e soprattutto parlando del suo grande mentore Marcus Vinicius da Cruz de Melo Moraes (Rio de Janeiro 19 ottobre 1913 - 9 luglio 1980), “un grande personaggio che si sposò nove volte” e con il quale Toquinho rimase legato per 11 anni, fino alla morte. E allora, se si chiudono gli occhi, non si può non pensare a Vinicius, ad Antonio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim, a Baden Powell, a Joao Gilberto, protagonisti di una generazione che ha lasciato un segno e che ha composto capolavori insuperabili. Toquinho parte da “Samba de Orly”(1969), scritta assieme a Vinicius e Chico e la lega a “Garota de Ipanema”(1963), di Vinicius e Jobim, una canzone nata dall’apparizione di una ragazza particolarmente carina mentre passeggia, armonicamente ondeggiando, sulla spiaggia di Ipanema. “Corcovado”(1960), di Tom Jobim, ispirata all’autore dalla visione dalla finestra di casa dell’enorme statua di Cristo Redentore dalla quale si gode il panorama della baia di Rio, Toquinho la lega a “A felicidade”(1959), della coppia Vinicius-Jobim, il cui testo racchiude in sé la filosofia malinconica del popolo brasiliano : “Tristeza nao tem fim, felicidade sim” (la tristezza non ha fine, la felicità sì). E ancora : “La felicità del povero assomiglia alla grande illusione del carnevale. La gente lavora tutti l’anno per un momento di sogno, che irrimediabilmente svanirà il mercoledì (delle ceneri)”. Poi Toquinho, decide di rendere omaggio a Paulinho Nogueira, che lo iniziò allo studio dello strumento e al talentuoso Baden Powell, attraverso una medley in cui di quest’ultimo si riconoscono gli arrangiamenti di “Jesus que ma joie demeure” di J.S.Bach e di una marcia scozzese tradizionale. Toquinho se la cava egregiamente, superando parecchi ostacoli disseminati nello spartito. Di seguito, reinterpreta alcune canzoni ascoltate durante il biennio trascorso in Italia nel ‘68-’69 : “Estate” di Bruno Martino che diventerà uno standard premiato da un successo mondiale, grazie alle versioni di musicisti di Jazz e di Joao Gilberto, che la inciderà, la interpreterà dal vivo, dandone una versione intima capace di trasmettere il calore della stagione estiva ; “Anema e core” e “Roma nun fa la stupida stasera”, “che segnarono l’inizio della mia carriera in Italia”. La prima la inciderà in un LP di successo con Vinicius ed Ornella Vanoni nel 1976. Si fa un passo indietro nel 1966 con “Berimbau” di Vinicius e Baden Powell, una canzone plurinterpretata, a ricordare l’arco musicale di origine africana, che a Bahia è lo strumento principe della Capoeira, un tipo di danza-lotta, tuttora diffuso ed insegnato dai brasiliani in tutto il mondo. La medley successiva si apre con il brano che dà il titolo al disco con la Vanoni, “La voglia, la pazzia, l’innocenza, l’allegria” di Vinicius e Toquinho, traduzione di “Se ela quisesse”, da parte di Sergio Bardotti, e si conclude con “Samba pra Vinicius” (Samba per Vinicius), un omaggio di Toquinho e Chico Buarque al poeta vagabondo, viaggiatore diplomatico che amava definirsi “il bianco più nero del Brasile”. “Aquarela”/”Acquarello” del 1983 ebbe grande successo in Italia, composta da Toquinho con Vinicius, Guido Morra e Maurizio e Fabrizio. Il chitarrista la canta per metà in italiano, per metà in portoghese. Il finale richiama ancora una volta il sentimento di tristezza, “Tristeza”, di Harld Lobo e Niltinho, appunto, sempre presente nell’animo brasiliano, che si vorrebbe esorcisticamente allontanare, anche se un samba, come recita il testo di un’altra famosa canzone, non è un samba se non racchiude in sé un pizzico di tristezza. 50 minuti sembrano pochi, anche se Toquinho forse li ritiene sufficienti per un recital. Sta per andarsene, ma torna indietro per l’unico bis, “A Tonga da Mironga do Kabuletè”, una serie di “parolacce”, spiega, rivolte al regime militare, composto assieme all’amato Vinicius.

Accanto a lui, sul palco, due musicisti: Ivani Sabino al basso elettrico e Pedro Paulo d’Elia alla batteria, un drum set tradizionale se confrontato con quello utilizzato dai due musicisti precedenti. Una prestazione senza infamia né lode, la loro. Come una base per chi vuole imparare a suonare il suo strumento – chitarra o fiati per esempio –che ricorda i “Music Minus One” di molte generazioni di jazzisti.

I brani, non so se per finire prima o nella foga interpretativa, erano suonati a velocità molto più elevate rispetto alle versioni originali. Comunque, è stato un nostalgico tuffo nel passato, musicalmente più interessante, almeno per chi scrive, rispetto ad un presente in cui la globalizzazione anche nella musica sembra aver inaridito la feconda capacità compositiva degli autori di MPB di un tempo.

 




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